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Friday, May 23, 2008

I'm 22 now but I won't be for long

Stanno per finire, i miei primi 22 anni. Non potrò più cantare il pezzo di cui sopra o sperare di poterlo cantare un giorno con l'età giusta per cantarlo. Domenica passo ai 23 anni (o, come crede Muggsie, ai 36). Come ogni volta, comincio a cercare di capire i cambiamenti che ho fatto, a tirare le somme, a capire dove son cresciuto. Ed è stato un anno incredibilmente intenso, quello che ho appena passato, da quel punto di vista.
Molto ha cominciato a muoversi, un po' tipo domino-rally, a valanga, a partire da Belfast, Derry e Galway. Viaggiare aiuta a crescere, in diversi modi. Vedere posti diversi, abituarsi a modi di vivere diversi, portarsi dietro poche cose, fare a meno di tante persone, vedere cose nuove. L'Irlanda del Nord per me ha rappresentato una sorta di perdita dell'innocenza, rappresentata da un duro e angosciosissimo giro per le peggiori strade di Belfast. Posti dove ho visto e sentito cose che mi hanno scosso, si son prese una parte di me, forse mi han fatto diventare un po' più uomo e un po' più cosciente del mondo in cui vivo. Delle mie posizioni, delle mie convinzioni. Mi ha fatto rivedere il mio modo di pensare.
Diventare grandi è anche separazione, trovarsi faccia a faccia con la consapevolezza di dover far conto sulle proprie zampe. Un cordone ombelicale che ho reciso a Cromwell Street, di fronte all'Helga, l'ostello dove dormivamo a Belfast. Valigie fatte, saluti commossi con gli amici. Phoebe (lo stesso nome della sorellina di Holden, non penso sia un caso, visto che è spesso stata una "sorella maggiore") mi accompagna fuori dalla porta per salutarmi. Mi vede commosso, sente la mia voce tremare e un velo di malinconia velarmi gli occhi e dice: "Billino, non piangere". Io senza dir nulla mi son voltato di scatto, lacrime agli occhi, diretto verso la stazione dei bus di Belfast (ignaro, tra l'altro, di un paio di occhi che mi curavano con affetto già allora).
Mi son così diviso dai miei amici, ho voluto seguire un vento che mi portava lontano da loro, dalla lingua italiana, da Dublino. Un vento che mi teneva in Irlanda del Nord ancora un po', mi mandava a ovest, verso l'Oceano. Verso Derry e Galway e verso tre giorni in solitaria. Io, il mio accento da scozzesaccio e le storie che sento tatuate sulla mia pelle in qualche modo. Come il gigante Pintecaboru, che si cibava di storie e si faceva tatuare sulla pelle le mappe dell'universo, vere o immaginarie, da ogni viaggiatore o ogni persona che capitasse sul suo pianeta. Ecco, mi son nutrito di luoghi, di storie, di quel poco che una persona incontrata casualmente poteva darmi. Delle sue parole, dei suoi gesti, delle storie che raccontava. E di quello che certi luoghi sapevano dire, come la magnifica vista del Bogside di Derry da sotto le mura medievali della città.
Ho dovuto fare i conti con me stesso, scoprendo che non sono poi malaccio, anche se su certi difetti bisogna lavorare. Sono cresciuto quei 5 centimetri dentro, in Irlanda del Nord, e probabilmente la mappa di quella terra mi resterà tatuata sotto la pelle a vita. Mi ha sempre affascinato l'idea dei riti di passaggio delle tribù primitive (mi piacerebbe leggere qualche libro a riguardo, penso), e il fatto che molte volte il tatuaggio fosse il modo per marchiare chi era diventato uomo, magari dopo aver passato nei boschi una settimana da soli perchè trovassero se stessi e diventassero uomini.
Questo è stato il mio rito di passaggio, la mia agogè. Trovarmi solo in mezzo a un mondo sconosciuto, senza passare il tempo con la gente che si conosce, che parla la nostra stessa lingua. Con la mia vita chiusa in uno zaino e un paio di tasche, e soprattutto all'interno della mia pelle. Come una specie di calcio nel culo atto a far accelerare la mia crescita e spingere gli eventi ad accadere. Al ritorno a casa la telefonata di mia sorella e la notizia che sarei diventato zio.

Monday, October 29, 2007

Fancy a pint at the Crown?

L'ultima sera a Belfast, tutta l'allegra compagnia decide di farsi una mangiata in un pub. Si decide per il tale Crown Pub, e io non faccio neanche caso al nome, ma mi bevo la mia birra e mi scofano un bel piattone di fish'n'chips. Uno e mezzo anzi.
Solo l'altro ieri, leggendo Venerdì assiso sul cesso, vengo a sapere del primato del Crown: è, per via delle simpatie filounioniste dei proprietari, il pub più preso di mira dagli attentati del terrorismo filorepubblicano, e vanta un record di ben 42 bombe.

Saturday, October 27, 2007

Derry, Galway, Orio al Serio

Trovo sia giusto ricominciare questo blog da dove l'avevamo lasciato. Indi per cui il post fotografico su Belfast e Derry e indi per cui il post che mi sto accingendo a scrivere, su Galway. Prima però un paio di paroline su Derry. Una città magnifica, dei gran bei panorami, specie sulle mura, dalla parte del Bogside (Bloody Sunday, ricorda niente?) e sul riverside del Foyle. Non parlerò qui delle sensazioni provate in quella città, ma solo di quanto mi è piaciuta, di quanto mi è parsa, nonostante tutto e nonostante le dimensioni esigue, incredibilmente vitale. Al mercato sotto le mura ho trovato un ottimo gruppo di cover, principalmente soul, gli After Midnight, e mi son goduto il loro concerto in mezzo a una scena stile Commitments, con una vecchietta e due bambine che ballavano. La sera discussioni varie con un francese e una tedesca/nordirlandese, e con un australiano. Ho lasciato Derry al mattino presto, le strade ancora vuote, l'aria fredda e frizzante, e sono andato a Galway.

Galway mi ha un po' deluso. Troppo turistica, commerciale e stereotipata, questa l'impressione che mi ha dato. Ciò non toglie che sia riuscito a ritagliarmici dei bei momenti. Primo tra questi, l'Oceano. Un moletto che si stagliava nella Baia di Galway nel quale mi son messo tranquillo e beato, con la sola compagnia dei pescatori. A un certo punto è arrivato, cantando delle canzoni di Elvis, un vecchietto a elemosinare merluzzi per poter cenare, e si è messo a raccontare di quando giapponesi e coreani venivano a pescare merluzzo nella Baia di Galway. Poi dopo, nel parco di Galway, ho fatto conoscenza con una squadra di rugby di Leeds, in particolare con gli allenamenti. Sapevo che un'occasione mi sarebbe capitata, e avevo portato in borsa scarpe brutte e due vestiti da allenamento. Ma mi è andata storta, li avevo lasciati all'ostello, e mi sono accontentato di una chiaccherata con gli allenatori, uno dei quali mi ha definito "An embassador of Italian rugby".

Il giorno dopo invece è stata la volta di Paul O'Brien, ex-curatore della fanzine del Galway United. La cosa è partita da Sandro, un amico che ha gravitato nell'orbita della squadra di calcio. Gli ho scritto dall'areoporto che andavo a Galway. E lui in tutta risposta mi ha scritto: "Porta i miei saluti a Paul O'Brien, è una sorta di ras locale. Ha un newsagents centralissimo". Pensavo fosse impossibile trovarlo, ma mentre girovagavo per la strada mi son trovato di fronte l'insegna: "O'Brien Newsagents". E ho fatto conoscenza con Paul O'Brien. Più tardi invece sono entrato in un pub in cui volevo bermi due pinte e assistere a una session. Ed è iniziata con un vecchio irlandese una conversazione su calcio, rugby, Italia, Irlanda e sport gaelici. Il brindisi è stato fantastico: "A Totò Schillaci, al giorno in cui l'Italia vincerà il Sei Nazioni e l'Irlanda la Coppa del Mondo di Calcio". Nel bagno del locale troneggiava quest'opera dell'ingegno umano:

GALWAY "For refunds, insert baby"

L'ultima persona conosciuta a Galway è stato Johnny, un busker. Una via di mezzo tra Bob Geldof e Shane MacGowan, che suonava canzoni di Christy Moore e Bob Dylan. Abbiamo parlato un po', poi mi ha prestato la chitarra, e ho suonato "The Green Fields of France". La notte l'ho spesa parte in bus, parte all'areoporto di Shannon. Qualche chiacchera sparsa, qualche giretto per l'areoporto vuoto, una dormita sulla panchina più scomoda dell'universo mondo.
Alle 5 del mattino check-in. Nella security area un centinaio di soldati americani. Più che altro rangers, ma anche qualche marine. Probabilmente di ritorno dall'Iraq. Uno scambio di parole con dei tifosi del Celtic diretti a Glasgow, e poi il volo. Atteraggio dolorosissimo: orecchie tappate, dolore immenso. A terra recupero il mio bagaglio e mi dirigo fuori dall'areoporto, ma un pastore tedesco si accoppia con il mio borsone. Mi tocca aprirl0 e tutto, mentre i carabinieri cercano di far entrare il pastore tedesco nella macchina a raggi-x: "Dai che ti facciamo la risonanza magnetica".

Belfast, Derry - We have been unable to talk about it

We have been unable to talk about it.
Coupla pics from hell.
Belfast and Derry.


BELFAST Sight from Cavehill


BELFAST Sandy Row


BELFAST Peaceline


BELFAST Child


BELFAST Your Truly sporting a Balaclava


BELFAST Youth at Lagan Waterside


BELFAST We have been unable to talk about it.


DERRY Welcome to Free Derry


DERRY The River Foyle


DERRY City Walls


DERRY Northern Industrial Town

No words needed. Some pics courtesy of Aska and Cane.

Thursday, August 30, 2007

Dublin, Belfast, Ravenhill, Eurobillie

Beh, che raccontare...tantissime le cose successe. E neanche tutte quelle che sarei in grado di raccontare. Incontro con Cane in stazione Centrale a Milano, e poi subito rotta verso Orio al Serio. Anticipo di due ore. Il che non ci ha impedito di fare coda al check-in. Il volo è stato tranquillo, con un bambino con la maglia del Milan, i calzoni della Canterbury e lo zainetto dell'Ulster Branch della IRFU. E un genio che ha detto "Mi sa che dobbiamo sederci nei posti liberi". Dopo aver un po' vagato per l'areoporto e aver raccolto i nostri bagagli, Dublino. L'ostello era a un quarto d'ora da Croke Park, ma non abbiamo avuto l'occasione di andarci. A Belfast siamo sbarcati il giorno dopo. Dopo l'incontro con un pazzo che ci ha indicato la via per arrivare al Bed and Breakfast passando per il vicolo più pulcioso di Belfast, ci siamo rilassati un attimo prima di farci un fish'n'chips e incontrare gli altri a un pub in centro e spararci la prima pinta in terra irlandese. Un giretto per il centro ci ha portato a vedere una cattedrale con un'allegoria di un fallo in alluminio. La sera invece l'appuntamento era a Ravenhill, lo stadio di rugby di Belfast. Una camminata, con la sciarpa di Italia 90 e in testa atmosfere dei film made in uk sul calcio, con le colonne di tifosi che vanno allo stadio camminando assieme per strada. Ravenhill è piccolo e accogliente. Irlanda - Italia, prima volta che i greens giocano in Irlanda del Nord da 53 anni. La partita...cazzo, l'Italia è arrivata a tanto così dal vincere. E il vostro Billie MacGowan è persino finito in Eurovisione. Due volte. Sugli inni e sulla meta di Troncon. Con l'oramai leggendaria sciarpa di Italia 90. A fine partita, dopo il mitico coro degli irlandesi, No Woman No Try, burger'n'chips e siamo stati lì allo stadio, vedendo i giocatori passare. Capitan Bortolami ci ha salutato di sua sponte, cosa che mi ha abbastanza colpito. Ho bloccato due dei miei miti, Totò Perugini, la bestia della prima linea italiana, e Peter Stringer, il folletto stronzo della mediana irlandese, e mi sono fatto ritrarre con loro. Il nostro terzo tempo è stato in un chiassoso pub di Belfast, colonna sonora grandiosa (T-Rex "Hot Love", The Specials, Madness, Desmond Dekker "Israelites"), in compagnia di Julian "Doc", supporter dei greens e compagno di squadra, a scuola, di una leggenda come David Humphreys. Julian si era fatto il viaggio in Nuova Zelanda per andare a vedere il tour dei Lions contro gli All Blacks, e mi ha raccontato di Ronan O'Gara ubriaco e di mille altri aneddoti. Dopo una pintazza, ce ne siamo tornati al B'n'B a farci una buona dormita, non dopo aver scassinato una serratura per via di uno smarrimento di chiave.

Chicca omaggio: la meta di Troncon vista da dove stavo io.



Thursday, August 23, 2007

Belfast, Derry, Galway

Ultimo (scarno) post prima della mia partenza domani sera. Quasi un ANSA. Si va in terre irlandesi, del Sud e del Nord. I racconti delle mie avventure al mio ritorno. Arrivedorci.

Monday, July 23, 2007

Publican PizzoccherArmy

Domenica fu il dì in cui i nostri compirono l'impresa. In data 21 luglio 2007, domenica sera, degli impavidi si accinsero a dare assalto al pizzocchero preparato con amorevole cura dallo Zio Massi al buon vecchio Publican, da dove latito ultimamente. E cazzo se ne è valsa la pena. All'arrivo in rotonda, con "Flower of Scotland" a manetta, adocchio Joe Dee. Parcheggio la macchina nel solito posto, parcheggio le chiappe su uno sgabello al bancone vicino a lui, e comincia la chiaccherata, riguardante folk, musica celtica, punk, calcio, hooliganismo, Scozia, UK, Irlanda, Bretagna, rugby, calcio, birre, whiskey, film ambientati in UK, libri (Coe e Hornby) e quanto il pizzocchero il 21 luglio sia un'impresa per veri uomini, sprezzanti del pericolo. Tripla razione di pizzocchero somministrata dallo Zio Massi, una pinta di Murphy Red, una fetta di meringata, un caffè e un bicchiere di whiskey per mandar giù tutto. Bello vedere in giro vecchie conoscenze. Lo Zio, la Chicca, gli ex-colleghi, la porta del bagno tutt'ora guasta, Joe Dee & il Lord, Mòss. Ti spiace di esser lì così poco. E sei contento perchè, un po' come una famiglia, ogni volta che ci vai è come se fossi stato via appena due giorni.

Tuesday, January 30, 2007

Leicester & Ross-on-Wye

Ebbene si, di nuovo in UK. Stavolta per un'occasione familiare: la graduation di mia sorella. Aereo da Orio al Serio, ovviamente Ryanair e atterraggio a Luton attorno a mezzanotte ora locale. Ritiriamo la macchina che avevamo noleggiato alla Hertz, una Fiat Punto rossa, e mio fratello, con me navigatore, si mette a guidare per le 65 miglia di strada che ci separano da Leicester. Che sensazione strana stare seduto a sinistra e non avere un volante davanti! Welcome song: Razorback "America". Eccoci quindi prendere la M1. Direzione? Un epicissimo cartello recita "The North"! In un'oretta e mezza arriviamo a Leicester, parcheggiamo e, sconvolti, ci abbiocchiamo nel flat di mia sorella.
Il giorno dopo soffriamo tutti e tre (io, mio fratello Stiv e l'altra sorella) del poco sonno, ma bisogna tirarsi su e andare alla University of Leicester per la graduation. Tutto come in un film: toga e tocco. La cerimonia è assurda, veramente assurda: vedere tutti questi accademici ultradecorati (un paio di MBE (Member of the British Empire), OBE (Officer of the British Empire) e persino un Sir CBE (Commander of the British Empire) FRS (Fellow of the Royal Society), vale a dire il chancellor (rettore) Sir Peter Richards CBE FRS) che entrano al suono di Gaudeamus Igitur di Bach e prendono il loro posto, e poi centinaia di alunni che passano e stringono la mano...insomma, fa il suo effetto. Prima rimani a bocca aperta perchè sei sbalordito. Poi, quando tua sorella è passata e con lei 30-40 studenti, rimani a bocca aperta perchè sbadigli. Che sacre palle!
Fortunatamente la cerimonia dopo un po', incredibile, finisce: tempo di festeggiamenti. Il Lansdowne Pub è pieno, allora andiamo al Wellington, dove mi sparo una pintazza di Guinness alla salute della sorella e un panino BLT: Bacon, Lettuce and Tomato. Praticamente una delle tante schifezze che mi fanno apprezzare il Regno Unito. Disfatti dalla giornata, dalla botta allo stomaco, dal sonno, ce ne torniamo a casa e dormiamo abbondantemente. La sera vogliamo uscire, ma il tutto si traduce in una capatina in un chipper dove mi sparo un hamburger al pollo con patatine, accompagnato da una bottiglia di IRN-BRU.
Il giorno dopo è il giorno della gitarella a Ross-on-Wye, a sole dieci miglia dal Galles. Ci passiamo diverse M (M6, M5, M69, M42, M50 - in ordine sparso) e arriviamo in questo paesino, a pochissima distanza dal South Wales, dove troviamo amici di famiglia. Ann e Terry e la loro figlia Jenny. Giornata piacevole, condita da un vino che non ricordo come si chiama e da una camminata per un posticino veramente molto inglese. Unico difetto: il paese è reduce da un'alluvione avvenuta la settimana precedente, e vicino al fiume Wye se ne vedono le conseguenze.
La sera si va a cenare da Shimla Pink, ristorante indiano ben fornito camerieramente parlando. Scolandomi una Cobra (birra chiara indiana, niente di che, avrei preferito una pinta di Strongbow) mi sparo un Chicken Korma, pollo immerso in una salsa a base di anacardi. E tanto garlic bread. A fine serata sono distrutto. Il mio fegato implora pietà. A dopo le più marce conseguenze.
Dopo una notte marcia, passata a scoreggiare indecentemente nel sacco a pelo, è tempo di packing. Qualche compera (un negozio Lonsdale con prezzi stracciati: ho preso due felpe e una polo e quello che ho pagato di più l'ho pagato 8 sterle! - il negozio Cotton Traders dei Leicester Tigers dove ho preso una scicchettosissima borsa portascarpe firmata Leicester Tigers appunto) e un tè con mia sorella, suo marito Brian e il loro amico giapponese Kentaro, e siamo di nuovo sulla M1. Stavolta la direzione, ovviamente, è "The South". Consegnamo la macchina dopo aver fatto un pieno di benzina, check in, un sandwich per mangiare qualcosa. Mi chiudo in bagno. Chicken Korma non perdona. Mai. Temo di aver intasato il cesso dell'areoporto di Luton e così di aver scatenato un allarme terrorismo internazionale. Ripeto: Chicken Korma non perdona. Mai.
Il volo è tutto ok, a parte il solito confermare la tendenza degli italiani a dare il peggio di sè nei voli di ritorno in patria. E poi due kebab a Bergamo tirano su il morale. E danno il colpo di grazia al mio povero fegato. Liverpoor.

Thursday, January 25, 2007

Leicester & Wales

Riparto. Questa volta torno a Leicester, a trovare mia sorella che si laurea. Sabato faremo anche una capatina in Galles. Vi narrerò tutto, loggiuro. Raffreddore e neve per la mia partenza. A lunedì, lads!

Thursday, December 28, 2006

Glasgow & The Pogues (V)

12nd December 2006, Tuesday
Carling Academy in Eglington Road, Glasgow
THE POGUES
Opening act: Junkman's Choir

The Day After

La mattina del 13 dicembre mi sveglio. Sorseggio un po' d'acqua guardando dalla finestra il fiume Clyde. Studiamo un attimo mappa e programma sul da farsi, poi doccia. Dopo aver lottato un po' con lo scaldabagno dell'ostello, che mi gettava una doccia ghiacciata addosso, capisco come far arrivare acqua calda. Una nutriente colazione all'ostello, prendiamo tutti i bagagli e salutiamo definitivamente Clyde Street e il magnifico fiume che vi scorre a fianco (appena scoperto il suo nome in gaelico: Cluthas). Dopo aver fatto qualche capatina in negozi di dischi (dove notiamo con piacere che la musica trasmessa è buona musica, o almeno decente, al contrario dei negozi di dischi qua in Italia) e in un negozio di malsana celticaglia nel quale veniamo attratti dal suono di Flower Of Scotland, è tempo di decidersi e andare verso la prima tappa. Mentre la pioggia si fa torrenziale, cerchiamo un negozio dove vendano i Bad Taste Bears, alla ricerca del portachiavi del mitico Vic:
La ricerca è vana, nonostante sapessimo in che via cercare: Vic, ti troverò un'altra volta, loggiuro! Ci tuffiamo in un altro negozio di dischi, stupendo, dove trovo una maglietta dei Clash che cercavo da tempo. Avevano solo una S, purtroppo. Oramai si è fatto mezzogiorno, e pioggia e vento continuano a crescere costantemente, e noi siamo decisamente fradici. Decidiamo quindi di ripararci allo Scotia Bar in Stockwell Street, il pub più antico di Glasgow (1792), per pranzare. Subito all'ingresso notiamo il cartello "No football colours allowed". Glesses a' that, glesses a' this, Come oan in an' gie yer taste buds a kiss. Ora, non ricordo quale fosse il nome dell'ottima ale che abbiamo quivi bevuto, però il pranzo è stato fantastico. Mentre le nostre giacche cercavano di asciugarsi a stufa, mi son spupazzato un hamburger al pollo, di quelli ottimi come solo nei pub del Regno Unito sanno fare, circondato da patatine. E poi, per chiudere in bellezza, torta di cioccolato calda con gelato alla crema freddo. Una sciccheria che ho scoperto proprio in queste lande del nord dove si dice non capiscano nulla di cibo. Beh, certo, più che roba fritta non si mangia, ma questo tipo di torta è veramente un angolo di paradiso in bocca.
Ci rituffiamo nel maltempo di Glasgow, dove oramai le raffiche di vento hanno raggiunto e superato i 50 km/h, e ci dirigiamo praticamente dall'altro capo della città alla ricerca di Dundas Street. Dundas Street rivelasi essere la strada più introvabile di tutta Glasgow. Chiediamo informazioni e arriviamo praticamente quasi alla Motorway, prima che un signore ci dica "Dundas Street? Ah, yer miles awye! I'll take yeh there!" e prima di capire che quelli prima ci stessero dirottando verso la quasi ononima Dundasvale. Grazie all'aiuto di Sir Yermilesawye troviamo Dundas Street, dove ci tuffiamo immediatamente da Avalanche Records, bel negozietto di dischi, dove per il modico prezzo di 10 sterle acquisto usati una pessima raccolta dei Bad Manners, una compilation northern soul (dal promettente titolo "Northern Soul Floorshakers!") e un disco dei Razorlight.
Soddisfatti e grondanti goccioloni sui dischi, facciamo un respirone e ci tuffiamo in Drury Lane, dove invece entriamo all'Horseshoe Bar, il pub più frequentato di Glasgow, che vanta il bancone più lungo del Regno Unito (!). Rimaniamo un po' delusi, aspettandoci una banconata mastodontica, quando invece si tratta di una struttura ad anello che gli permette di occupare poco. Decidiamo che fa troppo freddo e che stiamo rattrappendo, e che non è il caso di prenderci una birra. Così, alle 2 del pomeriggio, io e Rob beviamo il nostro parting glass dalla Scozia, con un corroborante whiskey di marca Glenfiddich. La prossima tappa è la stazione. Un disgustoso caffè e poi si sale sul treno, dove Rob riconosce Chantal e Gustavo, una coppia (lei italiana, lui argentino) che aveva conosciuto all'andata, e che ci tiene compagnia fino all'arrivo ad Orio al Serio. Glasgow Central, Paisley Gilmour Street, Johnstone, Lochwinnoch, Glengarnock, Dairy, Kilwinning, Irvine, Troon, Prestwick International Airport.

Check-in, fish'n'chips, acquisto di un mini-palloncino da rugby scozzese in un negozio, boarding. Un bresciano, un bergamasco e una bresciana insopportabili che dicono cazzate assurde*. E' giunto il momento: si sale sull'aereo, con il vento che sferza sempre più forte, e ci si accommiata dalla Scozia.

I'm leavin' yeh, Auld Scotia, but I swear that I'll come back!

***
Asterisk explained: esempio di una perla di stronzata snocciolata dal bergamasco ai due bresciani.
Stasera allora vado a mangiare la pizza dalle vostre parti, a Gussago
[perchè l'Italiano che torna in patria deve per forza andare a mangiare la pizza, anche se è stato via tre giorni? Si narra di gente che, andata in Svizzera a fare benzina, tornasse dopo un'ora a casa e organizzasse la serata in pizzeria] in un posto dove fanno la pizza buonissima. Fanno arrivare tutto da Napoli: il legno di faggio con cui cuocere la pizza, la pasta, l'acqua [eh?] eccetera, e visto che devono farsi arrivare tutto, aprono solo il martedì e il giovedì [e che cazzo sono, filantropi, che mantengono una pizzeria, facendosi arrivare il ben di Dio da Napoli per tenere aperto la miseria di due giorni la settimana?]. Si, si, stasera vado a Gussago a mangiare la pizza [peccato che oggi sia mercoledì, babbeo. Va che rischi di farti il viaggio fino a Gussago per trovare chiuso]

Wednesday, December 27, 2006

Glasgow & The Pogues (IV)

12nd December 2006, Tuesday
Carling Academy in Eglington Road, Glasgow
THE POGUES
Opening act: Junkman's Choir

Post-gig at the Brazenhead


Quarto appuntamento con la nostra Glaswegian Saga. Sicchè, si diceva, Eglington Road inghiotte e disperde i reduci del concerto, sudati e felici, consegnando i loro caldi cuori a un gelido presente di 3 gradi centigradi e vento che gela le ossa. Io e Rob prendiamo una strada a muzzo (da me decisa, grazie al mio grande senso d'orientamento) e non si capisce ancora bene come, ma arriviamo in Cathcart Road, che è l'indirizzo del mitico Brazenhead (anche se il logo del pub reca ben in vista la scritta Gorbals, e Gorbals Road è un'altra via di quell'incrocio su cui sorge il Brazenhead). Il Brazenhead è praticamente il ritrovo storico dei bhoys, i tifosi del Celtic Glasgow. Entriamo e subito veniamo accolti da degli ubriaconi che fanno apprezzamenti sulla mia maglia (notoriamente, i tifosi del Celtic sono filoirlandesi).
Il pub è stupendo. Cimeli calcistici, tra cui spiccano le sciarpe di Parma, Napoli e Sampdoria, un jukebox digitale che mantiene il livello di ottima musica alto, un biliardo, tavolini in legno, bersaglio per i darts, quattro cameriere gnocche, una gran quantità di birre, cessi introvabili, pubblico socievolissimo e allegro. Mi avvicino al banco e la cameriera ci accoglie sorridendo "Can I help yeh?". Sono innamorato, decisamente. Anzi, di più, vorrei sposarla e rimanere a Glasgow. Anzi, di più. Vorrei sposarle tutte e quattro e rimanere a Glasgow. "A Guinness an' a pint o' cider, please". Mentre spilla il mio sidro, si mette a parlare "Yeh were at the Pogues?" "Sure" "Was it good?" "'Twas fuckin' brilliant. A grand gig!" "I was there yesterday, I loved them". Praticamente mi spiega che lei e le sue tre colleghe (da ora in poi: "mia moglie e le mie concubine") sono state al concerto ieri, mentre le ragazze che lavoravano il giorno prima erano andate quella sera stessa (potenza delle doppie date: 11-12 dicembre). Tutte le cameriere (si, dicevo..."mia moglie e le mie concubine") infatti portavano una di quelle fasce che vendono ai concerti e si mettono in testa, con i colori della bandiera irlandese e la scritta Shane MacGowan, attorno alla cinta. "Where are yeh from?" "From It-ly" "Oh! Bowngeeornow!". Mentre sorseggio il più buon sidro della mia vita e vedo la cameriera parlare con una sua collega e indicarci, cominciano a entrare quarantenni, reduci dal concerto.
Il jukebox comincia a cantare canzoni dei Pogues (Fairytale e Fiesta) e gli ubriachi reduci a cantare e ballare, e noi con loro. Atmosfera bellissima: la festa del concerto spostata nel pub più bello del mondo. Tutti felici e contenti, con un senso di tepore nel cuore, a cantare canzoni stupende. A un certo punto viene da me uno della tavolata tifosi del Celtic imbriachi e si mette a parlare con me. Biascica in modo assolutamente incomprensibile un "BRRsfghczRRbluRRblsgcfdzzzRR". Improvvisamente, da un angolo della sua bocca, scende un rivolo di bava e si infrange contro la mano. Costui la guarda interdetto per due secondi, prima di esclamare "Oh, fock!". Nel frattempo il jukebox ci regala You can't always get what you want dei Rolling Stones, e lui si mette a ballarla e a cantarla.
Suona la campana del last call, noi finiamo il nostro, poi di nuovo felpe, coppole e parka addosso, e ci rituffiamo nel gelo di Glasgow. So fare thee well, my own true love, when I return united we will be. It's not the leavin' of the Brazenhead tha' grieves me, but me darlin' when I think of thee. Fa freddo e la fame si fa sentire, quindi entriamo da questo chipper pakistano e io mi sparo un kebab. Chiedo per favore di non mettere salsa piccante. Inutile: la carne era fin troppo speziata, e le mie labbra bruciano così tanto alla fine di quell'immenso kebab, che lo Scottish Daily Record il giorno dopo penso abbia titolato Radioactivity on the river Clyde. Un giretto di un'oretta per la parte a Nord del fiume Clyde ci porta fino in Sauchiehall, dove vediamo un locale mod. Non entriamo. C'è da chiedersi se fosse lì che suonavano i Madness (ebbene si, la stessa sera, a Glasgow, suonavano anche i Madness! E ho trovato il bootleg ufficiale venduto a fine concerto!). Il nostro giro si spinge in là, quasi fino alla Motorway, poi si ritorna, passando di nuovo per Sauchiehall, dove passa uno scozzese vestito da sexy Babbo Natale donna, con tanto di minigonna e toppino leggero con quei tre gradi. Dopo un viaggio in ascensore con due improbabili punk-girls, arriva il momento di coricarsi all'ostello. Domani sarà una giornata pesante.

Tuesday, December 26, 2006

Glasgow & The Pogues (III)

12nd December 2006, Tuesday
Carling Academy in Eglington Road, Glasgow
THE POGUES
Opening act: Junkman's Choir

Terza puntata della Glaswegian Saga. Riassunto delle puntate precedenti: il nostro eroe, Billie MacGowan, torna nella sua adorata patria scozzese, dopo un tormentato viaggio, per trovare suo padre Shane MacGowan. Dopo essere entrato nella Carling Academy e aver assistito al concerto dei Junkman's Choir, le luci si spengono e parte
Straight To Hell dei Clash.


If you can play on the fiddle, how's about a British jig'n'reel? Speaking King's English in quotations, as railhead towns feel the steel mills rust water froze in the generation. Clear as winter ice, this is your paradise...eccomi cantare la mia canzone dei Clash preferita nella Carling Academy, con il cuore a mille perchè stanno per salire sul palco i Pogues. Un quarantenne con la maglia dei Pogues a strisce bianco-verdi, di evidente ispirazione calcistica Celtic (/kelt(ik)/) Glasgow, uno di quelli che deve aver vissuto sulla sua pelle l'era di Clash e Pogues, mi mette un braccio attorno alle spalle e mi fa "Yeh must be a huge Clash fan, yeh know the bleedin' song by heart!" e si mette a cantare assieme a me. And then the Pogues came and shook the floors of hell: si parte con Streams Of Whiskey, poi If I Should Fall From Grace With God. Il terzo pezzo è The Broad Majestic Shannon, e oramai sono innamorato dei Pogues, del concerto e di Glasgow, e ora del quarto, Turkish Song Of The Damned, non capisco più niente.
Questa la setlist:

Streams Of Whiskey
If I Should Fall From Grace With God
The Broad Majestic Shannon
Turkish Song Of The Damned
Young Ned Of The Hill
A Pair Of Brown Eyes
Boys From The County Hell
White City
Tuesday Morning
Kitty
Sayonara
Repeal Of The Licensing Laws
Sunnyside Of The Street
The Body Of An American
Lullaby Of London
Thousands Are Sailing
Dirty Old Town
Bottle Of Smoke
The Sick Bed Of Cuchulainn

Sally MacLennane
A Rainy Night In Soho
The Irish Rover

Waxies Dargle
The Auld Triangle
Fairytale Of New York (with Ella Finer)
Fiesta

Pubblico espansivo ed entusiasta, molto socievole (già storico il dialogo con uno scozzese che commentava la mia maglietta della nazionale irlandese di calcio mentre i Pogues suonavano The Irish Rover: "Why d'yeh wear Ireland's jersey? Yer Scottish, yeh should be proud of yer nation!" "I'm nae Scottish!" "Yeh Irish?" "Nae!" "So why don't yeh wear yer nation's jersey?" "For me national team's a bunch of sissies!"...questo ci pensa un po' su, poi mi fa "It-ly?" "Yep!"). Tanto calore e i Pogues che, insomma, si vedeva proprio che si divertivano. Verso la fine del concerto sorprende la scelta di una canzone di difficile resa live come The Auld Triangle: i Pogues però non deludono, e ne viene fuori un momento da pelle d'oca, subito seguito dal pezzo che tutta Glasgow aspettava: Fairytale Of New York, con Ella Finer, la figlia del fisarmonicista Jem Finer, ad affiancare Shane MacGowan nel ruolo che fu della compiantissima Kirsty MacColl. Mentre la neve finta cade sul palco, e gli ubriachi si abbracciano e cantano ("All the drunks they were singin', we kissed on a corner, then danced through the night") in un'atmosfera veramente stupenda. Per chiudere invece in bolgia, la scatenata Fiesta. Shane MacGowan e il tin whistler Spider Stacey brandiscono dei coperchi da teglia metallici, tirandoci delle testate tremende. Avendo Shane lanciato poi il suo coperchio nel pubblico dalle mie parti (me l'ero visto in testa), ho avuto modo di saggiare l'effettiva consistenza metallica e i bozzi delle testate lasciate da babbo sulla teglia. Il concerto è finito, ci allontaniamo, ipnotizzati e con la stessa sensazione che si può provare al risveglio da un sogno, camminando su un tappeto di bicchieri di plastica vuoti che ci impediscono di toccare terra. Forse era destino che dopo aver visto i Pogues dovessi camminare a 5 cm da terra. Prendiamo il cd dei Junkman's Choir, Steel Linin' Chant, Rob acquista la maglia da calcio dei Pogues, colori del Celtic Glasgow. E poi Eglington Road inghiotte nel suo freddo i reduci dal concerto, quasi tutti con un sorriso ebete stampato sulla faccia, tutti ancora a cantare e tutti con ancora voglia di festa. Prossima tappa: BRAZENHEAD.

Sunday, December 24, 2006

Glasgow & The Pogues (II)

12nd December 2006, Tuesday
Carling Academy in Eglington Road, Glasgow
THE POGUES
Opening act: Junkman's Choir

Dicevasi. Eccoci alla Carling Academy di Eglington Road, a Glasgow, Scozia. Un posto per concerti di quelli già visti nei vari DVD dei gigs di Clash o Pogues in UK negli anni '80. Una figata già solo per quello. Bel posto, con le balconate che danno sul pit e un palco non largo, ma profondo. La prima tappa che faccio, con addosso la mia maglia dell'Irlanda di calcio, è il banchetto del merchandise, dove acquisto il già mitico portachiavi-apribottiglie dei Pogues:


Dopo esserci ripromessi di comprare il cd dell'opening act in caso ci piacciano, corriamo a farci spillare una Guinness al baretto. Proprio mentre la pinta si sta assestando inizia il concerto dell'opening act, i Junkman's Choir, originari di Lugton, nell'Ayrshire. La prima canzone è The Spike, e subito mi vien voglia di ballare. Aspetto un attimo, però: il tempo di bere la cima della pinta, per non rovesciare stout nell'agitarmi. I Junkman's Choir sono grandiosi, un ottimo concerto. Alla batteria troneggia Mr.Luggs, A.K.A. Stephen Feartie, al secolo Stephen Wiseman. La batteria è composta unicamente da un tom, un rullante e un tamburo marocchino, suonati con le mazze. Niente piatti, niente cassa. Alla chitarra (acustica e elettrica) si fa ben valere Lou Garoux (che nella formazione di studio è il batterista), mentre Johnny Gator se la sbriga tra la fisarmonica e la tromba. Il frontman è Davy Cinco, A.K.A. Davy Feartie, al secolo Davy Wiseman, fratello di Mr.Luggs, e con lui ex-membro del leggendario gruppo folk-punk acustico scozzese Nyah Fearties. Davy Cinco armeggia con un basso acustico su cui intesse sfuriate e tocchi dolci e lievi in modo inaudito, e canta, con la sua voce ruvida, dolce e decisa allo stesso tempo. Uno di quei gruppi che a sentirli suonare vorresti diventare il loro migliore amico, una delle scoperte più belle della "gita" a Glasgow. Il folk-punk scatenato che domina il loro concerto lascia in alcuni momenti spazio a momenti più ska-reggae, o più tomwaitsiani, o più...insomma: un pentolone di influenze mescolate. Si susseguono le canzoni, con una Hey Joe! (non quella di Hendrix, ma un pezzo dedicato a Joe Strummer) che mi vede cantare "Are you going backwards or are you going forwards? Are you taking over or are you taking orders?" di clashiana e redskinsiana memoria. Caldo il momento di Wide Blue Yonder ("With a song in his heart, and a rythm on his feet") che riesce a commuovermi e darmi brividi, ma il top è l'ultimo pezzo: Red Kola, di cui penso parlerò più estensivamente in un'altra occasione. Tutto il pubblico canta a scuarciagola "Red Kooooola! Red Kola! Red Kola!", e i Junkman's Choir finiscono il concerto. Si monta il palco, ci si riprende dal fantastico gig, e improvvisamente si spengono le luci, e parte Straight To Hell dei Clash.

www.junkmanschoir.co.uk - www.nyahfearties.co.uk

Glasgow & The Pogues (I)

Già. L'ho fatto. Ho preso un aereo per Londra Stansted, poi da li uno per Glasgow...e insomma: ho visto i Pogues dal vivo. Come ho detto a molti, scherzando sulla mia apparente scozzesità* e sull'amore per la musica dei Pogues e per la voce di Shane MacGowan: "Torno in patria a trovare mio padre!". Dove la patria è la Scozia e mio padre Shane, ovviamente.
Tralasciamo i casini che ho avuto (per colpa mia, solo mia e nient'altro che mia) all'areoporto e che mi hanno costretto a ritardare di un giorno il viaggio. Fortunatamente sono arrivato in tempo. Sveglia alle 6 del mattino, alle 8 check-in, e alle 10 take-off da Orio Al Serio alla volta di Stansted. Arrivato in UK, a Londra, resto dentro il terminal. Ho da far passare 6 lunghe ore. Comincio prendendomi una copia di Rugby World e poi mi siedo in un bar dell'areoporto a mangiare: sandwich and crisps. Una schifezza che mi è rimasta lì fino all'imbarco, praticamente. Solita straperquisizione, via anche le scarpe (la ricerca per armi chimiche non è mai troppo accurata). E con un quarto d'ora, parte anche l'aereo da Stansted, diretto verso Glasgow Prestwick, o PIK. L'emozione per il ritorno in Scozia era tangibile. Specie considerando che questo viaggio è stata una seconda luna di miele, che mi ha fatto innamorare delle terre caledoni ancora più di quanto già non fossi.
Prestwick, nel South Ayrshire, mi accoglie con una pioggerellina fitta, con un freddo becco (3°C stimati), con un vento sferzante e con un tot di nebbiolina. E con i cartelli "The best small country in the World". Io mi prendo un po' di patatine nel cartoccio da portar via dal chipper e mi dirigo verso la stazione di Prestwick. Attraverso il corridoio che unisce areoporto e stazione e mi sento emozionatissimo: Scotland, Billie's back! Arriva il treno: Prestwick International Airport, Troon, Irvine, Kilwinning, Dalry, Glengarnock, Lochwinnoch, Johnstone, Paisley Gilmour Street, Glasgow Central.
A Glasgow, Lanarkshire, cammino, estasiato, per la stazione e poi trovo Rob, il mio fido batterista, giunto il giorno precedente, ad accogliermi. Fuori pioviggina e fa davvero freddo, e questo vento terribile gela fin dentro le ossa. Mi sistemo in ostello (Euro Hostels, all'angolo tra Clyde Street e Jamaica Street), giusto il tempo di metter giù qualcosa e farmi venire una copiosa sanguinata dal naso, insomma. E poi usciamo dall'ostello, attraversiamo il Largo Maestoso fiume Clyde sulla Bridge Street, dove ci fermiamo a un altro chipper per mettere sotto i denti qualcosa (un po' di pollo per me). Poi eccola: Eglington Road, e la Carling Academy. Ritiriamo i nostri biglietti, nel gelo sempre più polare.

12nd December 2006, Tuesday
Carling Academy in Eglington Road, Glasgow
THE POGUES
Opening act: Junkman's Choir

***
Asterisk explained: pare che io dia l'impressione di essere scozzese, almeno per metà. So che da piccolo, in età delle quali non ho memorie dirette, avessi una baby-sitter scozzese adorabile, a quel che mi racconta mia madre. Potrebbe esser stato quello: magari mi versava del Glenfiddich nel biberon al posto del buon vecchio Latte Carnini. Fattostà che le seguenti cose sono successe, spingendomi a credere io stesso di essere mezzo scozzese:
  • Partita di rugby Italia - Argentina al Marassi di Genova. Mentre prendo posto sugli spalti qualcuno mi indica e dice: "Guarda quello là, dev'essere mezzo scozzese"
  • La ragazza di Musicomane (compagno di uni), sentendo tutti che mi chiamavano Billie, era convinta che fosse il mio vero nome
  • Robbby è stata persuasa da un mio compagno di squadra che il mio vero nome fosse Billie
  • Una compagna di squadra di Focaccinova, all'atto del conoscermi, chiese alla Focaccinova se ero o meno mezzo scozzese. Lo stesso giorno (Torneo di Monza di rugby a 10) un folle ubriacone pelato mi chiese se ero scozzese ("No" "Neanche per metà?") e volle brindare con me usando come formula il gaelico Slàinte
  • Un bambino inglese, mentre passeggiavo per le strade della cittadina di Rugby, mi apostrofò con un "Are ye Scottish?"
Molti altri episodi analoghi sono successi. E visto che ho lasciato pezzi di cuore in giro per Edinburgo, Glasgow e Loch Lomond, si spiega ben presto perchè la senta un po' come un'altra patria.