Monday, September 22, 2008

Un uomo estremamente sgraziato

Eh, si, il 4, quello lì sgraziato con quella fascia orrenda in testa...sono proprio io!

Sunday, September 21, 2008

+1, -1...1!

Settimana scorsa non parlai della partita. Giocammo contro Lainate e una mista Varese/Diavoli Rossi, perdendo entrambe le partite. La prima, in particolare, non l'ho proprio giocata bene, concedendo in avvio di partita un buco enorme all'apertura e lasciandola libera di andare a segnare. "Billie! Svegliati!", e di contrò Mosè che mi fa: "Poco male, Billie, hai tutta la partita per rifarti". Ciònonostante, un altra cazzata (non così costosa) e tanto nervosismo, e un po' troppa fiacchezza nell'uno contro uno, e tanta frustrazione. No, ero troppo disorientato e non posso dire di aver giocato bene. L'unica cosa bella è stato un placcaggio su un uomo senza palla, fatto per esorcizzare questa frustrazione. "Fanculo, che gli arrivi o no la palla, io lo tiro giù!".
Negli spogliatoi, Dervino parla. "In mischia stiamo giocando in 6+1, perchè da Billie non mi aspetto molto, mi va bene tutto quel che riesce a fare". Commento che mi ferisce un po', ma pazienza. Cerco di rilassarmi, in vista dell'altra partita, ed è tutta un'altra cosa. Placco, giro i placcati, impedisco l'uscita di qualche pallone, mi faccio dare un po' di botte, corro. Alla fine del secondo tempo sono stracotto, perdiamo. Ma fanculo, almeno in questa partita posso dire di aver dato tutto.
E ieri Torneo di Verbania. Con sulle spalle il fatto di essere campioni uscenti. Frago si è fatto male durante la partita con Varese, e io mi sacrifico: seconda linea, con il numero 4. Brutta storia per le mie orecchie e faticosa per spalle e schiena. Paolino, il capitano, ci dice subito: "Siamo questi qua, ma non importa". Tutto il torneo lo giochiamo in 14. Prima pareggiamo contro il Monza, poi battiamo Novara con una bella partita e ci guadagniamo la finale. In finale giochiamo contro i Braves de Comptoir, una squadra francese che aveva spadroneggiato nel suo girone. Noi siamo carichi, e concentrati, e abbiamo una voglia incredibile. Nel giro di 8 minuti gli facciamo tre mete (grande Bimbo!) e poi "amministriamo" il risultato. A fine primo tempo, guardia in un raggruppamento sui loro cinque. Salgo, il mediano la passa, ma qualcosa nelle mie gambe mi dice di accelerare ancora di più. E arrivo a parare (di faccia) il calcio di liberazione della loro apertura, che però supera la linea di pallone morto. Il primo tempo finisce così, e io mi sento carichissimo. Nel secondo tempo c'è tanta tensione, loro cercano di buttarla sul nervosismo e sulle botte, ma noi resistiamo alle provocazioni. Però abbiamo i coglioni girati e, nonostante il giocatore in meno che abbiamo in mischia, decidiamo di carrettarli. E li tiriamo indietro così tanto che io e Mone, l'altra seconda, finiamo di faccia a terra, 5-6 metri davanti alla ruck che si era già formata. La partita finisce, abbiamo vinto di nuovo il torneo, una coppa bellissima che verrà festeggiata anche con un Billie Go. L'allenatore ci dice: "Bravissimi, avete vinto, giocando tutto il torneo in 14". Enzo mi dice: "Non so se riuscirai a fare tutta la stagione così, ma me lo auguro, stai facendo delle belle partite!".
Festeggiamo, poi doccia, e Michi mi fa notare: "Stavolta ha detto che eravamo in 14, non in 13+1".
Verbania...siamo arrivati 1, giocando in -1, e non in tredici +1.

Thursday, September 18, 2008

Sotto il culo della rana (in fondo a una miniera di carbone)

In realtà non ho particolarmente voglia di parlare di questo libro di Tibor Fischer, visto che è la terza volta che lo leggo. Credo sia il mio libro preferito, o almeno sia tra i miei preferiti. Un capolavoro assoluto, fatto di humour nero, storia ungherese e emozioni fortissime. Quello che Fischer ha perso nei suoi libri seguenti. Quel di cui voglio parlare è il Blood in the pool match, una partita di pallanuoto che vide Ungheria e URSS fronteggiarsi meno di un mese dopo che i sovietici avevano soffocato nel sangue la Rivoluzione Ungherese del 23 ottobre 1956. Miei primi giorni nel team di Storie di Sport, accenno a Christian la mia intenzione, ormai viva da mesi, di scrivere qualcosa su questa partita. Lui mi dice che era già in progetto e, entusiasta, rigira il compito a me. Io decido che devo rileggermi Sotto il culo della rana, e me lo faccio restituire da Enzo, a cui l'avevo prestato e che non l'ha mai finito. E me lo rileggo, scoppiando in lacrime calde sul treno che da Roma mi riportava a Nord, e dove ho buttato giù la prima frase dell'articolo. L'ho citato come fonte storica (l'ultimo capitolo, guardacaso l'unico intitolato con un giorno invece che un mese, 23 ottobre 1956, è storicamente ineccepibile nel ricostruire i fatti di Budapest), nonostante sia un romanzo. L'articolo lo trovate qua:


mentre del libro voglio citarvi la dedica, che ho sempre trovato stupenda:

Per tutti coloro che hanno combattuto
(Non solo nel '56. Non solo in Ungheria)

Thursday, September 11, 2008

La famiglia Winshaw

Me ne stavo in giro per Cantù a cercare di capire tariffe di cellulare e simili. Entro in un Mediaworld e trovo La famiglia Winshaw di Jonathan Coe a sei euro. E non me lo lascio scappare, perchè adoro Coe, e ho tanto amato il suo The Rotters' Club (La banda dei brocchi). E, al contrario di quanto accadde con Il Circolo Chiuso, Coe non mi ha deluso: un libro perfetto, che unisce le cose che preferisco dello stile dell'autore. Il modo che ha di infilare la sua storia e i suoi personaggi nella Storia vera e propria, dando così ai suoi libri anche un valore di studio sociale. Il modo che ha di far quadrare tutto, di non lasciare nulla al caso, quella perfezione che non ha nemmeno uno sbaffo. E poi il modo in cui utilizza altri "mezzi di comunicazione" nei suoi libri, citando da libri esistenti o fittizzi, passando dalla narrazione all'articolo di giornale, a sceneggiature di film, canzoni, opere teatrali, telegiornali...qualsiasi cosa gli venga in mente. E la storia degli avidi Winshaw e di Michael Owen sono fantasticamente condotte, dandoci quella sensazione di essere intrappolati in un gomitolo, e che le dita degli Winshaw arrivino in ogni angolo dell'esistenza, a tormentare e saccheggiare, attraverso la loro follia, lasciando una "striscia di distruzione" lungo il loro passaggio. Tra le due citazioni messe da Coe a inizio libro, mi ha colpito molto quella presa dalla canzone Yuri Gagarin di Louis Philippe (il cosmonauta è uno dei leit-motiv ricorrenti del libro): "'Meet me' / He'd said and forgotten / 'Love me' / But of love we are frightened / We'd rather leave and fly to the moon / Than say the right word too soon / We'd lose our cruel strenght / We're so proud to waste a chance".

"Non puoi spegnermi," disse.
"Scusa?"
"Dico che non puoi spegnermi."
Fece cenno alle mie mani. Mi ero riseduto nella poltrona di fronte a lei e, senza rendermene conto, avevo raccolto il telecomando del videoregistratore. Che ora era puntato verso di lei e il mio dito era andato alla cieca verso il tasto "pause".

Wednesday, September 10, 2008

Back to Basics

Un giorno ebbi un'opportunità. Scrivere, per una rivista nazionale, pagato. Ricordo la soddisfazione nel leggere il mio nome sotto il titolo dell'articolo, nel vedere il pezzo sulla pagina, i messaggi sorridenti di tanti amici (i cui sorrisi ho l'impressione di sentire sempre meno, alle volte) che si complimentavano con me e che soprattutto, condividevano una grande emozione con me. Gente che aveva braccato ogni edicola per poter vedere il mio articolo pubblicato. Era un periodo di "crescita" per me e a ogni passo sentivo vicini gli incoraggiamenti di tante persone. Non che ora mi senta solo, intendiamoci.
Ricordo la delusione quando, due numeri dopo, acquistai nuovamente il giornale e non trovai il mio articolo. "Mi devo essere sbagliato", e lo sfogliai, ansioso, tre o quattro volte prima di arrendermi. Ricordo le telefonate, le e-mail, la difficoltà di reperire la redazione e alla fine la mia resa. Quell'estate, grazie ad Aska, scrissi articoli che ancora adoro rileggere, avevo anche l'opportunità di fare un articolo per un quotidiano nazionale e per qualche altra collaborazione. In Irlanda, nei momenti solitari che mi offriva Galway, prendevo appunti per narrare la Coppa del Mondo: stavo preparando gli speciali di presentazione del girone che sarebbero apparsi su Rugby Union.
Poi, mi ricordo il senso di vuoto. La delusione di rendermi conto che la rivista non mi aveva pagato e il realizzare che non l'avrebbe mai fatto. Non è per quei 90 euro, intendiamoci, che comunque mi avrebbero fatto più che comodo. E' proprio il fatto di rendersi conto che di quel lavoro, la prima opportunità "vera", in realtà non fregava un cazzo a nessuno. Che l'avevo fatto unicamente per la gloria (motivazione più che nobile, per l'amor del cielo, ma non quando le prospettive comprendono anche altro). Pian piano l'entusiasmo scese e, tra lavoro e università, si perse abbastanza la mia voglia di scrivere di rugby. Rugby Union chiuse i battenti e, per diversi mesi, solo il sito della mia squadra ebbe l'onore di ospitare i miei articoli. Me ne rendo conto solo adesso. Avevo perso il piacere di scrivere di rugby, di fare ricerca, di scovare storie.
Credo di averlo ritrovato, in un certo senso. Ho iniziato una nuova collaborazione, con il sito Storie di Sport. Spero che un giorno mi troverò a ringraziare di cuore Christian (il capoccia del sito), ma anche Aska, per cui scrissi gli articoli cui sono più affezionato, per gli stimoli che mi hanno dato in quel senso. Per ora, sono fiero di presentarvi il mio primo articolo per Storie di Sport:

Tuesday, September 09, 2008

Studs deep

Amatori Tradate - Novara 53-7
Verbathlon, Verbania

Energy, Enthusiasm, Confidence and Pride

Diamine, non ne avevo ancora parlato. Imperdonabile, davvero imperdonabile. Martedì, riunione tecnica di mischia. "Siamo contati. Tu, Billie, sei dei nostri. Tecnicamente non sei ancora pronto, ma atleticamente ci sei". Io annuisco, mi sento anche un po' arrossire. E poi via, in campo, a provare touche e giocate. Venerdì provo a lanciare: mancano i due tallonatori. Sono carico, anche quando si scopre che Bimbo c'è, e quindi non devo lanciare o fare il tallonatore. Domenica, alle 6 e 30, sveglia. Un messaggio arriva, proprio mentre mi sollevo dal letto, a rischiararmi la giornata. E poi, colazione, Sunnyside of the Street, e via verso Tradate, poi verso Verbania. Mentre arriviamo e ci cambiamo, scende un acquazzone. Campo fradicio e palla scivolosa, ma temperatura perfetta per giocare a rugby. E io parto flanker, per la mia prima stagione con buone prospettive di gioco in prima squadra, da terza linea. Notando con piacere che nelle gambe ho l'energia necessaria e, pian piano, riorientandomi su un campo da rugby. Mosè che mi incoraggia durante tutta la partita, un faro grosso così che poggia le chiappe sulla mia spalla. Mi mangio una meta nel primo tempo, nello stesso punto dove me n'ero mangiata una con la Biss contro il Borgomanero. Poi in un'azione il cervello si sovraccarica e finisco per mollare una palla-omo al povero Abe, ignorando il buco enorme che avevo davanti. Negli ultimi venti minuti da tallonatore, la prima linea avversaria mi centrifuga un po'. Però resisto, stringo i denti, non mollo, e le mie le porto a casa. Però sento di essere a sostegno. E a un certo punto Junk mi smolla un passaggio pessimo. Io ho voglia di correre, non di tuffarmici sopra, e allora mollo un calcione e parto all'inseguimento. Uno del Novara cerca di tuffarcisi sopra, e io ne tiro un altro e continuo a correre: nei pressi dell'area di meta riesco a mettere i tre novaresi che cercano di recuperare il pallone che ho calciato io, il MIO pallone, sotto pressione, e placco il portatore di palla planando in area di meta, poi mi rialzo cercando freneticamente dove sia il pallone. L'arbitro fischia, una mischia sui cinque a nostro favore, e i compagni mi festeggiano. L'adrenalina di quell'azione non scende più fino alla fine, e la voglia di braccare palloni, di farlo ancora, di aggredire nuovamente l'area di meta sale. Per stavolta, due belle occasioni, ma niente di fatto. Però la soddisfazione di aver di nuovo affondato i tacchetti (sistemati con amorevole cura il giorno prima) in un campo da rugby (e che campo. Vero Bimbo? "Verbania, il tuo prato verde è una vera merda" "Eh, magari"). Fanculo, quest'anno ci sono anch'io!

Tuesday, September 02, 2008

The Deportees

Sempre detto io, che Roddy Doyle va meglio sulla breve distanza. Che nei libri o nelle saghe lunghe, dopo un po' tende a trascinarsi e diventare noiosetto e ripetitivo, e vagare senza capire dove andare a parare. Ed eccomi qua con il suo ultimo libro, una raccolta di racconti dal titolo The Deportees. Racconti scritti per il giornale multiculturale irlandese Metro Eireann, gestito da due nigeriani. Racconti che parlano di un Irlanda multiculturale dove è all'ordine del giorno che, come dice lo stesso Roddy Doyle nella prefazione, "qualcuno di vecchio incontra qualcuno di nuovo". E nei racconti Roddy Doyle fa venire fuori tutto: la paura del diverso, l'ignoranza di un popolo verso l'altro, la freschezza di una nuova conoscenza, pregiudizi, amori, incomprensioni e screzi. E si passa da Home to Harlem, dove un nero irlandese cerca una tesi di laurea, un nonno di cui non conosce il nome e una sua identità a New York, a Guess Who's Coming for the Dinner, in cui l'apertura mentale di un padre viene messa a dura prova dal ragazzo nigeriano invitato a cena da una delle figlie. Da New Boy, che racconta il primo giorno di scuola di un ragazzino di colore che deve imparare a gestire un nuovo ambiente e nuove conoscenze, non tutte positive, a I Understand, dove la persona di colore che deve gestirle non è più un bambino di quinta elementare, ma un adulto che si trova a fare i conti con problemi molto più seri. E infine il racconto che da il titolo al libro, The Deportees. Ricordate The Commitments? Il manager, Jimmy Rabbitte? Ecco, ora Jimmy Rabbitte ha moglie e figli. Ma la scintilla dentro di lui non si è ancora spenta e, improvvisamente, decide che deve fondare un nuovo gruppo. E fonda la band più multietnica del pianeta: un batterista russo, un trombettista e un fisarmonicista rumeni, un chitarrista, una bassista punk e un cantante irlandesi, una chitarrista spagnola, un cantante sudafricano e un percussionista nigeriano. Stavolta la musica di Dublino non è più il soul, stavolta da Barrytown escono le Dust Bowl Ballads di Woody Guthrie, però. Da quel racconto, estraggo la nostalgia di Jimmy Rabbitte per i bei tempi passati e la faccio mia:
It was months since he'd been to a gig. Months. He used to go to gigs all the time. He used to make gigs. He'd managed bands, some great ones. There was The Commitments. ('The best Irish band never recorded' - d'side. 'Shite' - Northside News.) There was The Brassers. ('Sex and guitars' - In Dublin. 'Shite' - Northside News.) Great days, when twenty-four hours weren't enough, when sleeping was a waste of time.
Ma non posso non citare il ritorno di uno dei miei personaggi preferiti mai creati da Roddy Doyle, Mickah Wallace, ex-batterista e buttafuori dei Commitments, riassunto da Jimmy Rabbitte in seguito alle telefonate di un maniaco sul numero messo negli annunci per formare la band:

And he delivered for Celtic Tandoori, the local takeaway. Fat Gandhi, the owner - real name, Eric Murphy - gave Mickah three nights a week.
- We go to the same church, said Mickah. - He's sound.
Mickah was a born-again Christian.
- It's been the makin' of me, m'n. I owe it all to the Lord.
Jimmy told him about The Deportees, and about the late-night/early-morning phone caller.
- What would the Lord do about it, Mickah? said Jimmy.
- Hammer the shite out of him, said Mickah.

Sunday, August 31, 2008

L'uomo che scannerizzava Cuccioloni



L'avevo già trovato una volta, e mi ero ripromesso che se mai l'avessi ritrovato, avrei reso il mondo partecipe. Ebbene si, un Cucciolone con la stessa barzelletta da entrambi i lati. Ora che faccio, lo mangio o lo spedisco alla Algida con una richiesta di rimborso per articolo difettato?

Saturday, August 30, 2008

Malu Entu

Dico agli italiani quello che il re degli Zulù disse agli inglesi: questa terra è di coloro che devono nascere. L’isola è nostra. Chi ce la può prendere? Troppe le nazioni non riconosciute nel mondo. Siamo come gli indiani d’America, noi. Come il Quebec, la Groenlandia, l’Ossezia.
(Salvatore "Doddore" Meloni - Presidente della Repubblica Indipendente di Malu Entu)

Notizia degli ultimi giorni: un separatista sardo, Salvatore Meloni, in passato arrestato per cospirazione politica atta a sovvertire l'ordine costituito, con un manipolo di appartenenti al Par.I.S. (Partidu Indipendentista Sardu), ha occupato l'isola di Mal di Ventre, al largo della Sardegna, e l'ha dichiarata Repubblica Indipendente di Malu Entu. L'isola appartiene a una società turistica napoletana, e Meloni vuole appropriarsene o per il principio di usucapione (la starebbe occupando da più di vent'anni) oppure tramite una colletta da un milione di euro per acquistare l'isola dal proprietario della stessa. Per Meloni questo è un primo passo di riappropiazione delle terre da parte del popolo sardo, in vista di una futura indipendenza della Sardegna dall'Italia (avrebbe già previsto un referendum nel 2009, sotto l'egida delle Nazioni Unite). Ora, credo che il mondo si stia evolvendo, lentamente e in maniera spesso dolorosa, verso un'unione più universale, o almeno dovrebbe. E invece abbiamo spesso notizie di ex-Jugoslavie, Kosovi, Ossezie, Irlande del Nord, Tibet, Kurdistan. Insomma, cos'è l'autodeterminazione dei popoli? Qua si va a questionare il principio stesso di nazione e di stato, oltre che di popolo. Quando conta, quando non conta, quando dovrebbe contare e quando non? E poi mi son ritrovato a pensare alla battaglia intrapresa da Meloni, che ha fatto 9 anni di carcere. E pensavo a quando ero giovane e pensavo che morire per un ideale fosse la cosa più nobile al mondo. Il problema è che qualsiasi ideale diventava qualcosa per cui vivere o morire. Poi, crescendo, pensando, mettendo in moto il cervello, ti scontri con mille casi in cui qualcuno muore per ideali non suoi, senza saperlo. E ti ritrovi a rimettere tutto in discussione. In testa mi è venuto in mente il caso limite, che non son riuscito mai a trovare. Qualcuno che combatte e muore per un ideale in cui non crede, ma deliberatamente. Sapendo che non ci crede, con il solo scopo di...morire per un ideale e avere un ideale, anche fasullo, per cui combattere.
Tornando a Malu Entu, a me affascinano però queste storie, perchè...perchè sono storie, sono curiose, stuzzicano quella parte di me che è sempre in cerca di storie interessanti da conoscere, sviscerare, riciclare e riraccontare. Quelle cose scalcinatamente epiche che ho sempre adorato. Perchè se bisogna fare un segno sulla Storia, spesso bisogna fare uno scarabocchio, e quando uno fa uno scarabocchio troppo grande, finisce che la Storia la stropiccia. Finchè invece lo scarabocchio tuo sulla Storia lo fai con gentilezza, anche urlando, ma senza violenza, mettendoci tutto l'impegno di questo mondo, buttando tutto te stesso in un'impresa dalle proporzioni epiche, più grande di te, ma senza per questo rovinare la vita a qualcuno...beh, in genere sono belle storie. E nonostante probabilmente questa sia solo una boutade del Presidente Meloni per farsi pubblicità e acquistare visibilità per le sue idee, per questo io saluto la Repubblica Indipendente di Malu Entu con un sorriso.

Come in una navicella spaziale, ognuno deve avere il proprio posto. E siccome mi sento un passeggero del pianeta terra, rivendico anch'io il posto che mi spetta.
(Salvatore "Doddore" Meloni - Presidente della Repubblica Indipendente di Malu Entu)

Friday, August 29, 2008

Non c'è cazctus senza spine


Si...decisamente equivoco...

(Scusate la foto sfocata, mi si è sbiellata la macchina fotograppica)

Sunday, August 24, 2008

24/7: TwentyfourSeven


GIVING IT, TAKING IT, LIVING IT, MAKING THE BEST OF WHAT YOU'VE GOT.. TWENTY FOUR HOURS A DAY, SEVEN DAYS A WEEK.

Each morning is a gift. Every morning you have another chance. Sometimes you do nothing, sometimes you get lucky and the day shines on you. But how often do you wake and seize that day with your own hands and make that day your own?
This morning, my friends, is the morning I remove my life from the hands and strings of fools and try to build a dream.


Friday, August 22, 2008

Porno

In fondo è partito tutto da Trainspotting, da quel gattone di Spud. E mentre stavo a Orio al Serio ad aspettare un certo atterraggio, il suo primo in terra del nord, mi son fatto un giretto per l'edicola/libreria di Orio al Serio. Mi piace parecchio andarci. Provo a vedere se il nuovo di Nick Hornby ha un prezzo decente. No way. Poi trovo la pila di libri di Irvine Welsh. Sono quasi deciso per un altro, poi compare. Porno, ovverossia il seguito di Trainspotting. E me lo prendo. Sempre nella stessa cornice, due giorni più tardi, lo riacquisterò, un regalo per Silvia, correndo trafelato per Orio al Serio, seguendo l'ispirazione del momento. Ed è bello ritrovare tutti i personaggi di Trainspotting invecchiati di dieci anni, con un Sick Boy ancora più cinico (se possibile), un Begbie ancora più psicopatico, uno Spud sempre più incasinato e Renton (punto e basta). Unico neo, la traduzione: caro Massimo Bocchiola, avevi tradotto anche Tolleranza Zero e ne hai tradotti molti altri di Irvine Welsh, ma il tuo modo di rendere lo scozzese, no, non mi piace (giudizio personale). E avrei preferito, essendo questo il seguito di Trainspotting, che la traduzione fosse di nuovo affidata alla Zeuli, non fosse altro per continuità con il linguaggio dei personaggi del primo libro. Bella l'idea dei titoli dei capitoli diversi a seconda del personaggio che li narra, ma il libro è diverso da Trainspotting, si sente la necessità di dare un seguito al primo capitolo, mentre Trainspotting era un mosaico di mille storie e mille personaggi, con le loro mille voci. Stavolta la storia è più concentrata, pur avendo un bel significato sotto. Fantastico il manifesto di Sick Boy:
Io credo nella lotta di classe. Credo nella guerra dei sessi. Credo nella mia tribù. Credo nella parte virtuosa e dritta e intelligente delle classi lavoratrici in opposizione alle stupide masse decerebrate, come anche alla borghesia che è mediocre, senz'anima. Credo nel punk, nel Northern Soul, nella acid house, nel mod, nel rock and roll. Credo anche nel rap e nell'hip hop...ma quelli sinceri, pre-commerciali. Questo qua è stato il mio manifesto, Franco.
Il momento topico del libro, quello che secondo me centra il significato di tutto il romanzo, però è un altro, la discussione circa una canzone di Roger Daltrey:
Ci rimettiamo attorno al tavolo, e fra me, Gav e Sick Boy scoppia una discussione stile vecchi tempi a proposito del testo di Giving it All Away, di Roger Daltrey. Sick Boy sostiene: "Dice: 'I'd know better now, giving it all away'".
Gav scrolla la testa. "Nisba, dice
'I know better now'."
Faccio ai due coglionazzi un gesto sprezzante. "Le vostre diverse posizioni sono solo meschine dispute da pedanti, che non cambiano il succo essenziale della canzone. Se l'ascoltate, se ascoltate davvero, scoprirete che dice
'I'm no better now' come dire che non è migliorato per niente. E' sempre lo stesso. Non ha imparato niente."
"Cazzate" sbuffa Sick Boy, "il succo della canzone è proprio guardarsi indietro con i vantaggi del ricordo, e della maturità."
"Esatto" conferma Gav, "un discorso tipo 'se allora sapevo le cose che so adesso...'"
"No" ribatto, "qua sbagliate tutti e due...state a sentire come la canta Daltrey: è un lamento, c'ha dentro il senso di sconfitta; è la storia di un soggetto che alla fine si è reso conto dei suoi limiti. I'm no better now perchè son sempre il solito cazzone strafottuto che son sempre stato."

Thursday, August 07, 2008

Holidays In The Sun

I don't want a holiday in the sun
I wanna go to the new Belsen
I wanna see some a-history
'Cause now I got a reasonable economy

Lads, vi saluto. Ovvero il blogo rimarrà quiescente una decina di giorni: in programma la mia prima visita in Abruzzo per il matrimonio di Toffolo, leggenda locale e mio ex-compagno di squadra, e poi deviazione romana. It seems quite unlikely I will be able or willing to post something in the meantime, so, blog mo thoin, bloggatemi il culo! Buone vacanze a tutti, ci si rivede presto (ho già un libro di cui postare, pensate un po'!).

Tuesday, August 05, 2008

Hard Tackles and Dirty Baths

Hard Tackles and Dirty Baths - The Inside Story of Football's Golden Era di George Best l'avevo comprato in quel di Derry, in un Centro Commerciale, poco dopo la mia visita al Bogside. Dovevo prendermi The Catcher In The Rye e prenderlo ancora in Irlanda del Nord, e ho trovato in vetrina di un negozio questo libro di Best. Un po' deluso (volevo visitare qualcosa di Best-related a Belfast, magari il suo murale, ma non ce ne fu l'occasione) per non aver fatto pellegrinaggio ai luoghi di Georgie Boy, un po' attratto dal prezzo (scontato a 3 sterle) e dalla voglia di prendere qualcosa circa Il numero 7 proprio nella sua terra. E così ecco fatto, comprato il libro. Libro che è stato ripreso e abbandonato un paio di volte, sopraffatto dalla precedenza di altri regali-acquisti-letture. Alla fine l'ho finito, ovviamente, e mi è molto piaciuto il modo in cui parla dei tanti giocatori leggendari della sua era, e di come racconta un calcio che cambiava, anche dal punto di vista del professionismo sempre più "esasperato", argomento ripreso puntando l'occhio a qualche anno dopo rispetto al bellissimo My Father and Other Working-Class Football Heroes di Gary Imlach, che lessi la scorsa estate. Anche questo ricco di aneddoti e storielle di quelle che piacciono a me. Tanto per dimostrare di nuovo il mio feticismo, a volte le parole che più contano di un libro, sono quii scrivüü a matita. Post-it, piccole frasi lasciate lì, piccole tracce di sè che si ricompongono in un sorriso, e che lei lascia in giro per le mie cose ogni qual volta ci vediamo, per farmi sentire la sua presenza anche quando siamo distanti. E a chi ora mi dirà "sei un rammollito, perchè parli di queste cose pure mentre scrivi di un libro su Best", rispondo che non sono un recensore di libri, ma, come Nick Hornby in Una vita da lettore, un recensore di quello che il libro significa per me. Dedicata a Pulici, visto che il personaggio in questione, prima di essere il King of Old Trafford passò anche per la Torino Granata, la citazione. Parla della fine di un'era, della retrocessione del Manchester United, privo della triade Charlton, Best, Law, decretata proprio in un derby perso col Manchester City, decretata proprio da un goal di Denis Law, del King of Old Trafford, proprio dall'ultima palla calciata da Law nella sua carriera. Un finale poeticamente "tragico", senza trionfo, per la carriera del Re.

It all came down to an incredible finale, the Manchester derby, with Denis Law playing for the "wrong" team. How ironic that it should be Denis Law's goal that would condemn United to the Second Division. His last-ever game before hanging up his boots. He turned away without the arm up and, for probably the first time, with his head down. He didn't kick another ball in this or any other club game. It was over.


Wednesday, July 23, 2008

Colgate colpisce ancora

Per chi è troppo giovane per ricordare: Madness1 e Madness2.
E anche Best Comment Award.

Beccatevi questa:

Thursday, July 17, 2008

Billie the performer

Si, penso sia l'ora di annunciare anche qui che mi son dato al suonare da solo, spinto dall'assenza di Rob dietro le pelli dei Pressure Drop e dal mio amore per lo stile chitarra&voce di Billy Bragg. Ed è bello sentire i complimenti di gente che si rispetta, che si è citato tra le influenze nella propria pagina personale e da gente che ha scritto canzoni che i Pressure Drop e i The Men They Should've Hung (il nostro side-project acustico) hanno coverizzato nei loro concerti (e di cui ho parlato in uno dei primi post del mio blog, finito poi sul loro sito dopo esser stato passato per un traduttore automatico!).

http://www.myspace.com/billiemacgowan
(per ora on-line una cover di Dirty Old Town)

She's got a ticket to ride


In principio questo post doveva chiamarsi "End of an era", doveva parlare del fatto che le Nord han cambiato biglietto, e del mio rapporto con le FFNM, le Ferrovie Nord Milano. Poi è finita che volevo dimostrare quanto so essere feticista (e molto è stato buttato. Però i biglietti delle FFSS non li butto quasi mai) e ho fatto un collage di biglietti di treni e aerei. Ryanair, Nord, Midland Mainlines. Il mio portafogli un tempo ne era pieno, e questi son stati presi da quella collezione speciale. Ne ho tanti altri, biglietti dei mezzi, bigliettoni di Trenitalia, biglietti di concerti, mostre, spettacoli teatrali e partite di rugby (soprattutto treni e partite di rugby, devo confessare).

Biglietti che un tempo attaccavo ai diari (ho qualche Smemo con i biglietti della Pallacanestro Cantù e penso qualche biglietto di treno e bus per me "importanti"). Tutti questi biglietti hanno delle storie, qualcuno non una gran storia, storie di quotidianità (Lomazzo-Milano), storie di un tragitto quotidiano che diventa il trampolino di lancio per qualcos'altro (Saronno-Milano alle cinque del mattino. Il ritorno è uno dei biglietti d'aereo: Roma Ciampino-Bergamo Orio al Serio). Tragitti quotidiani che conquistano un sapore particolare (Lomazzo-Milano, la prima apparizione del nuovo biglietto delle Nord: ora bisogna timbrare in stazione, e le Nord sono un po' meno particolari). Storie di viaggi all'estero, più o meno tradizionali (Bergamo Orio al Serio-London Luton, Glasgow Prestwick-Bergamo Orio al Serio), storie di viaggi nell'estero, di città rimaste nel cuore (Leicester-Rugby via Nuneaton e ritorno, Nottingham-Leicester). I'll never be sick to my guts of the railway, the railway.

Friday, July 11, 2008

It's the end of the world as we know it

Ci s'era conosciuti a Roma, io e Robbby, e io manco avevo capito chi fosse. E' stata la prima delle tante persone con cui poi è nata un'amicizia a dirmi che di primo acchitto pensavano di starmi sul culo. Una mia corazza scontrosa che si era sviluppata in quel periodo. Ci rivedemmo a Monza, e diventammo amici guardando il Naviglio di Milano, e discutendo delle papere. Tra traslochi, birate (rigorosamente con una R), viaggi in treno o sulla mia Clio, abbiam passato parecchi momenti assieme e spesso è stata un po' una sorella maggiore per me, pronta a darmi un consiglio, a incoraggiarmi, ma anche a raffreddare i miei facili entusiasmi se era il caso. Quando le dico qualcosa, so già cosa vuole dirmi, basta vedere se mi apostrofa con un "Billie..." (sta calmo, ragiona, fermo lì) o con un "Meraviglia!". A questo ho pensato quando mi ha detto: "Questo è l'ultimo saluto per un sacco di tempo. Cavoli, eri così piccolo quando ti ho conosciuto!". Ho pensato che adesso il papero dovrà andare su due zampe, che ho tolto le rotelle alla bicicletta, anche grazie al suo aiuto sempre presente, mentre la papera si farà gabbiano e tornerà dal suo mare. Un po' di malinconia è inevitabile, ma son contento per la papera, che ha il coraggio di aprire le ali e cercare un altro approdo, una nuova casa, un nuovo inizio. Le persone che contano ci sono anche quando son lontane centinaia di km. Leonard Bernstein!! a te, nonna papera, buon viaggio, il mare ti attende!

After a little while Kehaar said, "Now you getting mudders, Meester 'Azel. All go fine, eh?"
"Yes. We'd never have done it without you, Kehaar. I hear you turned up just in time to save Bigwig last night."
"Dis bad rabbit, pig fella, 'e go fight me. Plenty clever too."
"Yes. He got a shock for once, though."
"Ya, ya. Meester 'Azel, soon is men come. Vat you do now?"
"We're going back to our warren, Kehaar, if we can get there."
"Ees finish here now for me. I go to Peeg Vater."
"Shall we see you again, Kehaar?"
"You go back hills? Stay dere?"
"Yes, we mean to get there. It's going to be hard going with so many rabbits, and there'll be Efrafan patrols to dodge, I expect."
"You get dere, later on ees vinter, plenty cold, plenty storm on Peeg Vater. Plenty bird come in. Den I come back, see you vere you live."
"Don't forget, then, Kehaar, will you?" said Bigwig. "We shall be looking out for you. Come down suddenly, like you did last night."
"Ya, ya, frighten all mudders und liddle rabbits, all liddle Pigvigs run avay."
Kehaar arched his wings and rose into the air. He flew over the parapet of the bridge and upstream. Then he turned in a circle to the left, came back over the grass track and flew straight down it, skimming just over the rabbits' heads. He gave one of his raucous cries and was gone to the southward. They gazed after him as he disappeared above the trees.
"Oh fly away, great bird so white," said Bigwig. "You know, he made me feel I could fly too. That Big Water! I wish I could see it."

Tuesday, July 08, 2008

Shaw 150

Venerdì, Stazione Termini da solo, dopo aver accompagnato Silvia a prendere il pullman per Latina. Il mio treno partirà tra un'ora, il mio libro è agli sgoccioli, so che durerà si e no quanto il Lazio (la Toscana invece mi è toccato passarla assiso su un cesso delle FS, da Arezzo fin quasi a Firenze), e allora mi infilo da Feltrinelli, a cercare una copertina, un titolo che mi incuriosisca, un libro che mi tenga compagnia durante il viaggio. E quando mi ritrovo di nuovo di fronte il nome di Antonio Pennacchi, decido, ancora ipnotizzato dalla sua scrittura al fulmicotone, di acquistare il suo Shaw 150 - Storie di fabbrica e dintorni, una raccolta di racconti divertenti e pungenti, spesso con un retrogusto amaro. E a partire dal primo racconto, Nodulo cosmico, Pennacchi mi riavvolge nella sua mitologia Pontina, che rivolve attorno a Latina - già Littoria - e che ospita un fantasma del Duce che pattuglierebbe l'intero Agro Pontino - Sabaudia esclusa - in Moto Guzzi, e storie e personaggi sul palcoscenico di Cisterna di Latina, Aprilia, Sabaudia, Pomezia, dalla strada che porta a Roma, dalla via che porta a Latina Scalo, dalla Centrale del latte, dalla Centrale nucleare di Borgo Sabotino, dalla Fulgorcavi e dalla sua Shaw 150, che sembra quasi un vascello fantasma che solca i mari, con ogni personaggio che racconta la sua storia, e non è altro che un macchinario (una pressa idraulica orizzontale) che fa da cuore pulsante per questi racconti. Tutti i racconti girano attorno alla Shaw 150, sono stati raccontati "su" di lei, in senso fisico. Ed è così che storie apparentemente slegate tra di loro trovano una loro incredibile omogeneità, alcune si appiccicano ad altre, e Pennacchi se la gioca alla grande mischiando e creando dal nulla nuovi miti di provincia, leggende e dicerie, mescolandole con la storia e l'architettura di queste "città di fondazione". Racconti che rimangono sotto pelle, grazie alla forza della scrittura di Pennacchi. Verrebbe da citarne tanti, ma i piccoli drammi e storie che Pennacchi inventa tra fabbrica, città e provincia sono veramente tutti meritevoli. I miei preferiti sono probabilmente il drammatico Marco (in appendice al libro c'è Genesi di "Marco", una Memoria pronunciata dall'autore dinanzi ai giudici di Corte d'Assise nel processo per calunnia e diffamazione intentatogli su denuncia di terzi a causa di "Marco" - e Pennacchi dichiara Dopo questa arringa, naturalmente, il processo si risolse con una solenne condanna. L'assoluzione arrivò solo cinque anni dopo, in Appello, quando l'avvocato non mi fece proprio aprire bocca: "Stia zitto lei, che ha già fatto troppi danni l'altra volta") e il gustosissimo Sabaudia, in cui l'autore crea un leggendario Mussolini, incazzoso e superstizioso, che, colpito da ogni sfiga ogni volta che si approssima alla città litoranea allora in costruzione (in onore guardacaso di Savoia, e non sua), si rifiuta di avvicinarvisi fino al punto da evitarla ancora nelle vesti di fantasma che si aggira per l'Agro Pontino in Motoguzzi.

C'è tornato un'altra volta. O meglio, ci voleva venire, ma non ci è arrivato. All'inaugurazione - 15 aprile 1934 - non è venuto. C'erano solo Savoia e marce reali. Era festa loro. [...] Lui per tutto il giorno è rimasto a Palazzo Venezia. Lo sentivano solo dire: "Sto cazzo di re". Ci ha spedito Cencelli. Poi c'è venuto qualche giorno dopo, in moto, da solo, per vedere com'era venuta. Ma quando ha fatto la curva, all'incrocio della Litoranea, ha sgommato sul brecciolino fresco e s'è ritrovato a gambe all'aria.
Non s'è fatto niente. S'è solo strusciato. Però ha preso paura. Ha detto: "Sto cazzo di posto". Ha rinforcato il Guzzi, ha scalciato la pedivella ed è tornato indietro. Non ci ha più rimesso piede. Una volta che Cencelli insisteva per farlo andare al collegio dei marinaretti gli ha detto: "Cence', non mi rompere: in quel posto non mi ci porti più nemmeno a pagamento. Portaci i Savoia". E non lo ha più voluto nemmeno nominare. Quando proprio doveva dirlo diceva: "Quelo posto", oppure: "Quel cazzo di posto".

E' per questo che anche da fantasma non ci viene. Gira notte e giorno per tutto l'Agro Pontino. Palmo a palmo. Col Guzzi 500. Fa il nume tutelare dappertutto, eccetto che qua. "E' chiaro che poi la gente ci si affoga", dice il Camparisoda pure se non è fascio.

Monday, July 07, 2008

Il fasciocomunista

Dice: "Sei un fascista prestato alla sinistra". Lo dice Cane, per via del fatto che voto Di Pietro e che ho un certo modo di pormi a sinistra con un atteggiamento di destra. Non nel senso di estremi opposti che si confondono, ma nel senso che un po' del rigore e serietà "destrorso" che ci mette Di Pietro, secondo me servirebbe alla sinistra, almeno credo (Cane smentiscimi). Oddio, anche alla destra, che non ha molto della destra, di 'sti tempi. Vabbè, a parte questi discorsi senza senso, Robbby (quack!) decide di regalarmi quindi, per il compleanno, oltre al già citato Cos'è una ragazza, anche Il fasciocomunista - Vita scriteriata di Accio Benassi, di Antonio Pennacchi. Letto in treno in direzione di Latina, guardacaso paese di Pennacchi e luogo principale in cui si svolgono gli eventi del libro. Leggere un libro in treno, una volta di più, si è rivelata un'esperienza particolare (ricordo ancora le lacrime su Baol di Stefano Benni (Milano-Bologna-Milano, sempre per motivi di cuore, e quelle sui Nuovi Misteri d'Italia di Lucarelli di cui ho parlato poco tempo fa), quando Milano-Roma-Latina (le tre stazioni del mio viaggio) si rivelano (oltre a Siena e Bari, ma in modo diverso) i palcoscenici principali di questa storia. Storia di un Accio Benassi che si rivela uno di quei personaggi terremoto della letteratura italiana: memorabile la sequenza in cui Accio mette in piedi uno sciopero per la Zona B di Trieste praticamente da solo. Un libro che, nel suo modo di narrare, mi ha ricordato molto altri due libri, che prendono in mano un personaggio e lo traghettano attraverso Storia e vicende d'Italia, con frequenti rimandi all'attualità di certi personaggi. Trattasi di Due di Due di Andrea De Carlo (pare Pennacchi lo detesti con tutta la sua anima, De Carlo) e Saltatempo di Stefano Benni. Accio Benassi però è un personaggio particolare, rispetto a Saltatempo e ai protagonisti di Due di Due: è un personaggio completamente scorretto, verace nella sua estremità. Parte dall'MSI e finisce alla Volante Rossa, crescendo pian piano e rendendosi testimone delle contraddizioni dei vari mondi con cui si trova ad avere a che fare, distaccandosene e prendendone le distanze. E' un vero cane sciolto, che sembra aver bisogno solo di se stesso. Storia fantastica e ottima nel suo offrire una sfaccettatura diversa, e spesso non andata a cercare, su certe vicende della storia e della politica italiane. Poi la scrittura di Pennacchi mi è piaciuta molto, diretta e vivace, con quell'uso sproporzionato e contagioso dell'espressione Dice: "...", e con i molteplici riferimenti alla storia e architettura di Latina, già Littoria, e a bonifiche e quant'altro. E, come se non bastassero tutte le coincidenze che trovo in libri e canzoni e film ogni volta, c'è anche il buon vecchio rugby:

Abbiamo passato i mesi ad allenarci e a imparare il gioco, e tutti i giorni gli chiedevamo, all'allenatore federale: "Quando facciamo una partita vera?". E finalmente ci hanno organizzato l'incontro d'esordio con la Marina militare, al campo sportivo di Latina, e a noi non pareva vero. Ma quando sono arrivato negli spogliatoi e già stavo per cambiarmi - nel corridoio avevo incrociato il Federale che usciva, ma non ci siamo nemmeno salutati, ho visto che lui ha abbassato il viso, tutto scuro, proprio per non vedermi, e io non l'ho salutato e così è stato poi per sempre, da allora non ci siamo più detti una parola (lui in verità mi mandava a dire che ero un delinquente, un anarchico, un provocatore, e io gli rimandavo che era una testa di cazzo) - ma quando stavo per cambiarmi Adriano, il fondatore della squadra, il boss, il manager, m'ha detto: "No, tu no". Ci sono rimasto di merda. Ero titolare. Lui s'è scusato: "Non ci posso fare niente, non è colpa mia".
"Ma sono il migliore nei placcaggi."
"Lo so, ma quello ha detto che non gliene frega niente, posso giocare pure con uno in meno, posso perdere mille a zero, ma tu non devi giocare." Quella è stata l'umiliazione più grossa, anche perchè in tribuna c'erano un paio di ragazze che erano venute apposta per vedermi, le avevo messe in croce per farle venire: "Mò che gli racconto?". Ho provato a dirgli: "Vabbè, fammi giocare questa e poi dopo non mi faccio più vedere". Niente da fare, era una ritorsione in piena regola. Poi dice perchè non lo ha più salutato, perchè - dopo - hai fatto quello che hai fatto. E' stato più per la squadra di rugby - e per la partita con la Marina militare - che per l'espulsione dal Msi: il Msi lo posso pure capire, la squadra di rugby no. Lupo, invece, lo hanno fatto giocare. Dice: "Ma lui faceva il pilone". Ah, bei ragionamenti.