Tuesday, July 08, 2008

Shaw 150

Venerdì, Stazione Termini da solo, dopo aver accompagnato Silvia a prendere il pullman per Latina. Il mio treno partirà tra un'ora, il mio libro è agli sgoccioli, so che durerà si e no quanto il Lazio (la Toscana invece mi è toccato passarla assiso su un cesso delle FS, da Arezzo fin quasi a Firenze), e allora mi infilo da Feltrinelli, a cercare una copertina, un titolo che mi incuriosisca, un libro che mi tenga compagnia durante il viaggio. E quando mi ritrovo di nuovo di fronte il nome di Antonio Pennacchi, decido, ancora ipnotizzato dalla sua scrittura al fulmicotone, di acquistare il suo Shaw 150 - Storie di fabbrica e dintorni, una raccolta di racconti divertenti e pungenti, spesso con un retrogusto amaro. E a partire dal primo racconto, Nodulo cosmico, Pennacchi mi riavvolge nella sua mitologia Pontina, che rivolve attorno a Latina - già Littoria - e che ospita un fantasma del Duce che pattuglierebbe l'intero Agro Pontino - Sabaudia esclusa - in Moto Guzzi, e storie e personaggi sul palcoscenico di Cisterna di Latina, Aprilia, Sabaudia, Pomezia, dalla strada che porta a Roma, dalla via che porta a Latina Scalo, dalla Centrale del latte, dalla Centrale nucleare di Borgo Sabotino, dalla Fulgorcavi e dalla sua Shaw 150, che sembra quasi un vascello fantasma che solca i mari, con ogni personaggio che racconta la sua storia, e non è altro che un macchinario (una pressa idraulica orizzontale) che fa da cuore pulsante per questi racconti. Tutti i racconti girano attorno alla Shaw 150, sono stati raccontati "su" di lei, in senso fisico. Ed è così che storie apparentemente slegate tra di loro trovano una loro incredibile omogeneità, alcune si appiccicano ad altre, e Pennacchi se la gioca alla grande mischiando e creando dal nulla nuovi miti di provincia, leggende e dicerie, mescolandole con la storia e l'architettura di queste "città di fondazione". Racconti che rimangono sotto pelle, grazie alla forza della scrittura di Pennacchi. Verrebbe da citarne tanti, ma i piccoli drammi e storie che Pennacchi inventa tra fabbrica, città e provincia sono veramente tutti meritevoli. I miei preferiti sono probabilmente il drammatico Marco (in appendice al libro c'è Genesi di "Marco", una Memoria pronunciata dall'autore dinanzi ai giudici di Corte d'Assise nel processo per calunnia e diffamazione intentatogli su denuncia di terzi a causa di "Marco" - e Pennacchi dichiara Dopo questa arringa, naturalmente, il processo si risolse con una solenne condanna. L'assoluzione arrivò solo cinque anni dopo, in Appello, quando l'avvocato non mi fece proprio aprire bocca: "Stia zitto lei, che ha già fatto troppi danni l'altra volta") e il gustosissimo Sabaudia, in cui l'autore crea un leggendario Mussolini, incazzoso e superstizioso, che, colpito da ogni sfiga ogni volta che si approssima alla città litoranea allora in costruzione (in onore guardacaso di Savoia, e non sua), si rifiuta di avvicinarvisi fino al punto da evitarla ancora nelle vesti di fantasma che si aggira per l'Agro Pontino in Motoguzzi.

C'è tornato un'altra volta. O meglio, ci voleva venire, ma non ci è arrivato. All'inaugurazione - 15 aprile 1934 - non è venuto. C'erano solo Savoia e marce reali. Era festa loro. [...] Lui per tutto il giorno è rimasto a Palazzo Venezia. Lo sentivano solo dire: "Sto cazzo di re". Ci ha spedito Cencelli. Poi c'è venuto qualche giorno dopo, in moto, da solo, per vedere com'era venuta. Ma quando ha fatto la curva, all'incrocio della Litoranea, ha sgommato sul brecciolino fresco e s'è ritrovato a gambe all'aria.
Non s'è fatto niente. S'è solo strusciato. Però ha preso paura. Ha detto: "Sto cazzo di posto". Ha rinforcato il Guzzi, ha scalciato la pedivella ed è tornato indietro. Non ci ha più rimesso piede. Una volta che Cencelli insisteva per farlo andare al collegio dei marinaretti gli ha detto: "Cence', non mi rompere: in quel posto non mi ci porti più nemmeno a pagamento. Portaci i Savoia". E non lo ha più voluto nemmeno nominare. Quando proprio doveva dirlo diceva: "Quelo posto", oppure: "Quel cazzo di posto".

E' per questo che anche da fantasma non ci viene. Gira notte e giorno per tutto l'Agro Pontino. Palmo a palmo. Col Guzzi 500. Fa il nume tutelare dappertutto, eccetto che qua. "E' chiaro che poi la gente ci si affoga", dice il Camparisoda pure se non è fascio.

Monday, July 07, 2008

Il fasciocomunista

Dice: "Sei un fascista prestato alla sinistra". Lo dice Cane, per via del fatto che voto Di Pietro e che ho un certo modo di pormi a sinistra con un atteggiamento di destra. Non nel senso di estremi opposti che si confondono, ma nel senso che un po' del rigore e serietà "destrorso" che ci mette Di Pietro, secondo me servirebbe alla sinistra, almeno credo (Cane smentiscimi). Oddio, anche alla destra, che non ha molto della destra, di 'sti tempi. Vabbè, a parte questi discorsi senza senso, Robbby (quack!) decide di regalarmi quindi, per il compleanno, oltre al già citato Cos'è una ragazza, anche Il fasciocomunista - Vita scriteriata di Accio Benassi, di Antonio Pennacchi. Letto in treno in direzione di Latina, guardacaso paese di Pennacchi e luogo principale in cui si svolgono gli eventi del libro. Leggere un libro in treno, una volta di più, si è rivelata un'esperienza particolare (ricordo ancora le lacrime su Baol di Stefano Benni (Milano-Bologna-Milano, sempre per motivi di cuore, e quelle sui Nuovi Misteri d'Italia di Lucarelli di cui ho parlato poco tempo fa), quando Milano-Roma-Latina (le tre stazioni del mio viaggio) si rivelano (oltre a Siena e Bari, ma in modo diverso) i palcoscenici principali di questa storia. Storia di un Accio Benassi che si rivela uno di quei personaggi terremoto della letteratura italiana: memorabile la sequenza in cui Accio mette in piedi uno sciopero per la Zona B di Trieste praticamente da solo. Un libro che, nel suo modo di narrare, mi ha ricordato molto altri due libri, che prendono in mano un personaggio e lo traghettano attraverso Storia e vicende d'Italia, con frequenti rimandi all'attualità di certi personaggi. Trattasi di Due di Due di Andrea De Carlo (pare Pennacchi lo detesti con tutta la sua anima, De Carlo) e Saltatempo di Stefano Benni. Accio Benassi però è un personaggio particolare, rispetto a Saltatempo e ai protagonisti di Due di Due: è un personaggio completamente scorretto, verace nella sua estremità. Parte dall'MSI e finisce alla Volante Rossa, crescendo pian piano e rendendosi testimone delle contraddizioni dei vari mondi con cui si trova ad avere a che fare, distaccandosene e prendendone le distanze. E' un vero cane sciolto, che sembra aver bisogno solo di se stesso. Storia fantastica e ottima nel suo offrire una sfaccettatura diversa, e spesso non andata a cercare, su certe vicende della storia e della politica italiane. Poi la scrittura di Pennacchi mi è piaciuta molto, diretta e vivace, con quell'uso sproporzionato e contagioso dell'espressione Dice: "...", e con i molteplici riferimenti alla storia e architettura di Latina, già Littoria, e a bonifiche e quant'altro. E, come se non bastassero tutte le coincidenze che trovo in libri e canzoni e film ogni volta, c'è anche il buon vecchio rugby:

Abbiamo passato i mesi ad allenarci e a imparare il gioco, e tutti i giorni gli chiedevamo, all'allenatore federale: "Quando facciamo una partita vera?". E finalmente ci hanno organizzato l'incontro d'esordio con la Marina militare, al campo sportivo di Latina, e a noi non pareva vero. Ma quando sono arrivato negli spogliatoi e già stavo per cambiarmi - nel corridoio avevo incrociato il Federale che usciva, ma non ci siamo nemmeno salutati, ho visto che lui ha abbassato il viso, tutto scuro, proprio per non vedermi, e io non l'ho salutato e così è stato poi per sempre, da allora non ci siamo più detti una parola (lui in verità mi mandava a dire che ero un delinquente, un anarchico, un provocatore, e io gli rimandavo che era una testa di cazzo) - ma quando stavo per cambiarmi Adriano, il fondatore della squadra, il boss, il manager, m'ha detto: "No, tu no". Ci sono rimasto di merda. Ero titolare. Lui s'è scusato: "Non ci posso fare niente, non è colpa mia".
"Ma sono il migliore nei placcaggi."
"Lo so, ma quello ha detto che non gliene frega niente, posso giocare pure con uno in meno, posso perdere mille a zero, ma tu non devi giocare." Quella è stata l'umiliazione più grossa, anche perchè in tribuna c'erano un paio di ragazze che erano venute apposta per vedermi, le avevo messe in croce per farle venire: "Mò che gli racconto?". Ho provato a dirgli: "Vabbè, fammi giocare questa e poi dopo non mi faccio più vedere". Niente da fare, era una ritorsione in piena regola. Poi dice perchè non lo ha più salutato, perchè - dopo - hai fatto quello che hai fatto. E' stato più per la squadra di rugby - e per la partita con la Marina militare - che per l'espulsione dal Msi: il Msi lo posso pure capire, la squadra di rugby no. Lupo, invece, lo hanno fatto giocare. Dice: "Ma lui faceva il pilone". Ah, bei ragionamenti.

Saturday, July 05, 2008

Thursday I'm in love

Stare seduti, mangiando, guardandosi negli occhi. In mezzo a noi solo l'angolo di un tavolo, i nostri piatti e bicchieri, una bottiglia di Nobile di Montepulciano. Poche parole, tanti sguardi e sorrisi. Non lo so, la cucina è un posto che improvvisamente ha acquistato una valenza particolare. Quella cucina, in particolare, ha una certa qual storia, di cazzate sparate durante una lunga notte, quando la valanga era ancora solo in agguato, e cominciava a scivolare. Stringersi in cucina, abbracciarla mentre lava i piatti, zuccherarle il caffè, preparare assieme da mangiare, apparecchiare assieme per due, riempirle il bicchiere. Cose tanto piccole e semplici, ma che mi fan sorridere veramente tanto.

Sunday, June 29, 2008

Vecchi Punk Rockers



Bella serata, quella di ieri a Cantù, a vedere assieme alla Bestiaccia i Potage. Potage che sono un gruppo storico della nostra zona, attivi credo dal 1982, uno dei gruppi punk più longevi di Italia, famosi per aver fatto esordire Davide van de Sfroos nel lontano 1983. L'effetto che fanno è...è come se i Beatles, in una versione più casereccia, fossero scesi da un UFO in mezzo alla provincia di Como. E' stato bello come al solito, un concerto capace di farmi sorridere tutto il tempo, perchè i "vecchietti" hanno energia da vendere sul palco. Bello anche salutarli, e pensare di aver avuto l'onore di aprire un loro concerto (e che concerto), oramai due anni fa. Un po' mi ha riportato, questo concerto, a quando c'era una "apertevirgoletteSCENAchiusevirgolette" punk a Como e io la frequentavo (non so quale sia lo stato di salute odierno del punk comasco, ma so solo che ho perso il giro da qualche parte). Eran altri tempi, avevo un'altra testa, altri gusti musicali, un'altra macchina e un'altra seconda famiglia, che purtroppo si è persa quasi del tutto. Momenti che un po' mi mancano, solo un po' di nostalgia in fondo...

(37 hours needs 37 thrills)

Friday, June 27, 2008

Cos'è una ragazza

Ok, un bel giorno in cui mi trovo ad ammettere a me stesso e non solo di stare imparando l'ABC (learning A, B & C mi ero scritto a mò di "promemoria") di come stare con una persona, di come condividere qualcosa con una ragazza, arriva un regalo da parte di Robbby. Il titolo è piuttosto perentorio: Cos'è una ragazza, di Alain de Botton. L'idea di base è carina: dopo esser stato accusato di non essere capace di alcuna empatia e di essere senza appello incapace di comprendere il genere femminile, il protagonista decide di stendere una biografia dell'amata. Alcune trovate sono molto carine, e il libro corre via piuttosto leggero e lieve, anche se verso la fine comincia a trascinarsi un po' stancamente e battere troppo l'accento sui toni saggistici circa le biografie e simili (e tra l'altro, non so quanto il protagonista fosse innamorato e quanto semplicemente affetto da una monomania patologica). La conclusione è piuttosto brutale: l'uomo non riuscirà mai a capire la donna, per quanto si sforzi. Qualche ragionamento me l'ha fatto fare, comunque, anche se quel famoso A, B & C dubito si trovi in qualsiasi libro, un po' come pretendere di imparare ad andare in bicicletta leggendo un manuale su come pedalare. Cos'è una ragazza? Mah...

Il processo di intimità perciò coinvolgeva l'opposto della seduzione, perchè significava rivelare ciò che rischiava di rendere uno più esposto a giudizi sfavorevoli, o meno degno d'amore. Mentre la seduzione si basava sul mostrare le proprie qualità migliori e gli abiti da sera, l'intimità comportava un'offerta complessa, comprensiva di vulnerabilità e di unghie dei piedi.

If I could take one moment into my hands

Non avevo mai visto un concerto di Bruce Springsteen. E mai un concerto così grande. 61mila persone per vedere il Boss con la E-Street Band, e Billie, con altri 5 disperati del Tradate Rugby, va a fare lo steward. E ne vale la pena, nonostante un pizzico di noia e il caldo infernale dell'attesa, perchè Springsteen fa veramente tremare San Siro: lo vedevo a occhio nudo, il muro dietro di me che si muoveva, spostandosi avanti e indietro di 5-10 cm nei momenti più caldi. E poi insomma, tribuna stampa, roba da fare poca o nulla, calca zero. Di fronte al palco, a due terzi di altezza di San Siro, con anche seggiolino e banchetto per riposare le chiappe all'occorrenza. E Springsteen non si risparmia, tre ore tirate:

Summertime Blues
Out in the Streets
Radio Nowhere
Prove it all Night
Promised Land
Spirit in The Night
None But The Brave
Candy's Room
Darkness on the Edge of Town
Hungry Heart
Darlington County
Because the Night
She's the One
Livin' in the Future
Mary's Place
I'm on Fire
Racing in the Streets
The Rising
Last to Die
Long Walk Home
Badlands

Girls in Their Summer Clothes
Detroit Medley
Born To Run
Rosalita
Bobby Jean
Dancing in the Dark
American Land
Twist And Shout

Un concerto emozionante, specie quando Bruce tira fuori dal cilindro le canzoni che speravi e guardi in basso, a un altro angolo della tribuna, dove c'è Mosè che fa segno di "Minchia che concerto!". Beh, mi godrò la bellissima maglietta arancione Bruce Springsteen & The E-Street Band con tanto di steward scritto dietro. I momenti migliori? Per me Promised Land, che ha dato una bella accelerata al concerto (come se ce ne fosse stato bisogno, dopo quel quartetto lì di canzoni) e che ho condiviso con una persona speciale, una Candy's Room intensissima, una Because The Night torridissima, una I'm On Fire da brividi. E poi Badlands, la scatenata Devil With The Blue Dress On (nel Detroit Medley), le luci accese su Born To Run, e Dancing In The Dark, da groppo in gola. Vi lascio in compagnia di Promised Land:


Sunday, June 22, 2008

Dirge for a Red Palm


Mi ha detto che non ci sei più. Addio, Palma Rossa. Ti ho voluto bene, ti ho sempre voluto vedere illuminata. Sei sempre nel mio cuore!

Leonard Bernstein! (Bologna08)

Perchè a volte ci sono talmente tante facce, pensieri, discorsi e accadimenti che sembra un lunghissimo testo concitato e senza filo logico di una breve pop-song (come quelle messe dalla Diggeia, beccata a coccolare teneramente i suoi cd). E allora ti butti su quelle due parole:

LEONARD BERNSTEIN!!

LINKS:
Vignetta
GIF animata di tutta la vignetta

Thursday, June 12, 2008

How to make friends and intimidate people


Un professore non si presenta a colloquio. E io, disceso a Milano esclusivamente per incontrarlo, mi incazzo. Preso dall'ira del consumatore, dello studente che vuole sparachiodare, e del cittadino indignato, gli appendo una lettera (anonima alla porta), assieme a un biglietto del treno e uno del tram:


Si, all'Università mi son sempre sentito un po' guastatore, e mi è sempre piaciuto fare lo pseudo-guerrigliero, anche se in genere per motivi molto più futili (quando cambiarono le macchinette e misero delle macchinette classiste con il caffè borghese e il caffè proletario, per dirne una).

La cosa fantastica è che il professore la sera mi ha risposto a una mail che gli avevo mandato un mese fa. Mail a cui non rispondeva, e per quello ero andato a ricevimento da lui.
E mi scrive che, ok, la tesina è approvata, dei 3 punti a disposizione, me ne da 2 (da aggiungersi al 23.5 dello scritto). E quindi Billie ha finito gli esami.

Mi piace pensare di aver mostrato la luce al professore.
Ma di sicuro non sarà così!

Ka-Tunk!
Sparachiod or Die!

Monday, June 09, 2008

Nuovi misteri d'Italia

Ne avrei dovuto parlare ben prima. Primo giugno, dopo l'inaugurazione di Piazza don Angelo MacGowan (un prozio che mai conobbi) a Tavernerio, continuo una giornata iniziata con la banda che intonava l'inno nazionale. Como San Giuvànn: cisalpino pieno di svizzeri, io uno tra i pochi italiani a bordo. Arrivo in Centrale, devo prendere il treno per Roma, e devo aspettare un bel po'. Tiriamo fuori il libro. Ma il libro l'ho dimenticato a casa. E allora spulcia le edicole per trovare qualcosa da leggere. E ad attirarmi c'è Nuovi Misteri D'Italia - I casi di Blu Notte di Carlo Lucarelli (paura, eh?). E lo compro, allora, e mi lascio portare per mano, a bordo di un treno, nella notte italiana. Un libro che ha un sapore particolare se letto su un treno, viaggiando per la pianura padana mentre leggi di Alceste Campanile, trovato morto nella campagna emiliana. Oppure lasciare Firenze e attraversare l'appennino, con quelle gallerie così lugubri, leggendo dei Mostri di Firenze. E lasciarsi trasportare dalle parole di Lucarelli alla Sicilia del Bandito Giuliano, di Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, di Beppe Alfano e della strage di Ustica, o ai litorali laziali, tombe di Wilma Montesi e Pier Paolo Pasolini. E soprattutto quella stazione, che ti fa pensare ogni volta che la attraversi: Bologna. L'ultimo capitolo del libro, quello che mi ha ridotto in lacrime e spinto a scrivere quello che segue:

L'Italia ha un'anima che scorre su rotaie. Le stazioni sono palchi di teatro dove scorrono le nostre vite. Non siamo un paese da aereo, diciamocelo, lo si nota dall'imbarazzo impacciato dell'italiano che si confronta con l'areoporto e col decollo e l'atterraggio. E neanche l'autobus rappresenta a pieno la nostra nazione. L'autobus è un micromondo, grande all'incirca come un solo vagone, è la corriera che fa da sfondo alla vita della provincia, o un più anonimo traghetto per la palude d'asfalto urbana. L'Italia, il nostro stato, però è una storia di treni e stazioni. Le storie della nostra nazione sono lame scintillanti che vanno a infilzare l'Appennino, o a sbucciare l'Adriatico. Sul filo di quella lama spuntano i denti del coltello, città, ognuna con una faccia, un'identità, un'anima e mille storie. E che solo i treni sanno raccontare così precisamente, colpire al cuore, sviscerare. Storie di ogni tipo: storie ordinarie, quotidiane, comuni e non comuni. Storie di amori, di odi, di indolenze, di coincidenze perse, di treni presi o visti passare. Di ire, frustrazioni, rassegnazioni e indignazioni. Storie di stazioni di passaggio, come Bologna, che diventano capolinea. Come la storia di una stazione colpita al cuore quasi trent'anni fa, che lascia una ferita aperta nei cuori delle persone che non hanno mai rivisto i loro cari scendere da un treno, di quelle che chiedono la verità, di una nazione intera. Perchè se l'anima di un paese è un treno che viaggia su rotaie, ogni stazione ne rappresenta il cuore. Un cuore che si è fermato assieme a un orologio, il 2 agosto del 1980. Ma su quelle vene di ghisa, questi fatti riescono a far battere il mio cuore, quello di una persona che ha come unica correlazione con la strage di Bologna la propria nazionalità e un'anima ferroviaria.


Penso sia stato pregno di significato leggere questo libro il giorno prima del 2 giugno, Festa della Repubblica.

Si vede il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. E' attorniato da gente, poliziotti, giornalisti, cammina con la testa bassa e dice con voce rotta dalla commozione: - Come posso esprimere lo stato d'animo mio, voi lo immaginate. Ho visto adesso dei bambini laggiù nella sala di rianimazione, ma...due stanno morendo ormai, una bambina, un bambino...una cosa straziante!

Friday, June 06, 2008

Pubbliche scuse...

...sapevo che avrei dimenticato qualcuno, per giunta molto importante. Scusami, Paola... :(

A Perfect Rugbyman


Aperitivo della squadra, con premiazioni ufficiali. E a un certo punto, per la seconda squadra, io e capitan Dante veniamo premiati, con l'attestato che vedete qui sopra. Ed è una commozione, abbraccio forte Dante, abbiamo sofferto e sudato tanto assieme, e quando questo viene riconosciuto e porta i suoi frutti, gioiamo assieme. E mi piace rimirare l'ultima riga: "e perfetto rugbyman". Quello che mi è sempre interessato essere, tramite la palla ovale. Prima ancora che un bravo giocatore. Ho sempre voluto essere uno che tutti ricordino per lo spirito.
E sento di dover ringraziare tanta gente per quest'attimo di soddisfazione. Da chi mi ha fatto venire la curiosità del rugby e chi mi ha dato la spinta per venire a giocare. E chi mi ha dato la spinta per crescere e mi ha insegnato ad essere un migliore giocatore e un perfetto rugbyman. E chi è stato sempre pronto a incoraggiarmi quando per un motivo o per l'altro il rugby era motivo di frustrazione, e sempre pronto a gioire con me quando era motivo di gioia e commozione.
In particolare tra quelli che frequentano e leggono questo blog, ci tengo a ringraziare qualche persona. Mosè, innanzitutto, con una pacca sulla spalla a uno che considero fratello tra i tanti fratelli dell'ATRC, perchè se anche stasera non hai preso nessuna targa, il miglior premio che tu potessi ricevere e il miglior regalo che tu potessi farti è stata proprio la fantastica stagione che hai disputato. Bimbo (che non so se legge), fratello di sempre. Tra le tante cose che mi ricorderò sempre c'è il fatto che è stata la prima persona che son riuscito a tirare giù su un campo di rugby, e ricordo il suo sorriso rialzandosi: "Ce l'hai fatta!".
Robbby, che ha sfidato il freddo di Milano per venire a vedere una delle partite più importanti della mia vita. Cane, Pavelilla e Al, sempre pronti ad ascoltare, a tirar fuori una buona parola, un incoraggiamento e un "Bravo", o anche una battuta per sdrammatizzare, come anche il buon Pulici e Pacu.
La Lara. Quando le ho raccontato dei complimenti dell'allenatore, mi ha risposto semplicemente: "Il mio capitano :)". Ed è bastato a farmi sentire ancora più orgoglioso. Muggsie. I discorsi che ho fatto con lui mi han aiutato a mettere a fuoco il concetto di perfetto rugbyman. E d'altronde lui è un po' un Raphaël Ibañez, anche lui un perfetto rugbyman. Orso. Nel periodo più duro, i suoi inviti e i suoi incoraggiamenti mi han fatto sentire il rugbista più richiesto e il compagno di squadra più desiderato sulla faccia della terra.
E poi, vorrei ringraziare di cuore la prima nocca del mio mignolo sinistro: ti porto sempre in campo con me.

Saturday, May 31, 2008

What becomes of the broken nosed?

Ultimo allenamento ufficiale dell'anno.
Manco l'allenatore c'era.
Quattro gatti, partitella a rugby league.
L'estremo placca un novellino a ribaltare.
Piantandomi il di lui cranio dritto sul naso.
"Ahia, ahia, cazzo, fa male, ahia, merda, cazzo!".
Più tanti improperi rivolti a personaggi di fama biblica.
E sangue, tanto sangue.
Il Prez me lo raddrizza, e io me lo sento come sbriciolato.
Mi sa che stavolta è proprio rotto.

Più tardi, pronto soccorso, il dottore chiede come mi son fatto male:
"Allenamento di cosa?"
"Rugby"
"Sempre quello è" dice, con il tipico fare diffidente dei dottori per la palla ovale, mentre scrive sul referto "ALLENAMENTO DI RAGBY".
E io sono molto tentato di dirgli: "Sempre quello sarà, ma ancora non hai imparato a scriverlo"!

Friday, May 23, 2008

I'm 22 now but I won't be for long

Stanno per finire, i miei primi 22 anni. Non potrò più cantare il pezzo di cui sopra o sperare di poterlo cantare un giorno con l'età giusta per cantarlo. Domenica passo ai 23 anni (o, come crede Muggsie, ai 36). Come ogni volta, comincio a cercare di capire i cambiamenti che ho fatto, a tirare le somme, a capire dove son cresciuto. Ed è stato un anno incredibilmente intenso, quello che ho appena passato, da quel punto di vista.
Molto ha cominciato a muoversi, un po' tipo domino-rally, a valanga, a partire da Belfast, Derry e Galway. Viaggiare aiuta a crescere, in diversi modi. Vedere posti diversi, abituarsi a modi di vivere diversi, portarsi dietro poche cose, fare a meno di tante persone, vedere cose nuove. L'Irlanda del Nord per me ha rappresentato una sorta di perdita dell'innocenza, rappresentata da un duro e angosciosissimo giro per le peggiori strade di Belfast. Posti dove ho visto e sentito cose che mi hanno scosso, si son prese una parte di me, forse mi han fatto diventare un po' più uomo e un po' più cosciente del mondo in cui vivo. Delle mie posizioni, delle mie convinzioni. Mi ha fatto rivedere il mio modo di pensare.
Diventare grandi è anche separazione, trovarsi faccia a faccia con la consapevolezza di dover far conto sulle proprie zampe. Un cordone ombelicale che ho reciso a Cromwell Street, di fronte all'Helga, l'ostello dove dormivamo a Belfast. Valigie fatte, saluti commossi con gli amici. Phoebe (lo stesso nome della sorellina di Holden, non penso sia un caso, visto che è spesso stata una "sorella maggiore") mi accompagna fuori dalla porta per salutarmi. Mi vede commosso, sente la mia voce tremare e un velo di malinconia velarmi gli occhi e dice: "Billino, non piangere". Io senza dir nulla mi son voltato di scatto, lacrime agli occhi, diretto verso la stazione dei bus di Belfast (ignaro, tra l'altro, di un paio di occhi che mi curavano con affetto già allora).
Mi son così diviso dai miei amici, ho voluto seguire un vento che mi portava lontano da loro, dalla lingua italiana, da Dublino. Un vento che mi teneva in Irlanda del Nord ancora un po', mi mandava a ovest, verso l'Oceano. Verso Derry e Galway e verso tre giorni in solitaria. Io, il mio accento da scozzesaccio e le storie che sento tatuate sulla mia pelle in qualche modo. Come il gigante Pintecaboru, che si cibava di storie e si faceva tatuare sulla pelle le mappe dell'universo, vere o immaginarie, da ogni viaggiatore o ogni persona che capitasse sul suo pianeta. Ecco, mi son nutrito di luoghi, di storie, di quel poco che una persona incontrata casualmente poteva darmi. Delle sue parole, dei suoi gesti, delle storie che raccontava. E di quello che certi luoghi sapevano dire, come la magnifica vista del Bogside di Derry da sotto le mura medievali della città.
Ho dovuto fare i conti con me stesso, scoprendo che non sono poi malaccio, anche se su certi difetti bisogna lavorare. Sono cresciuto quei 5 centimetri dentro, in Irlanda del Nord, e probabilmente la mappa di quella terra mi resterà tatuata sotto la pelle a vita. Mi ha sempre affascinato l'idea dei riti di passaggio delle tribù primitive (mi piacerebbe leggere qualche libro a riguardo, penso), e il fatto che molte volte il tatuaggio fosse il modo per marchiare chi era diventato uomo, magari dopo aver passato nei boschi una settimana da soli perchè trovassero se stessi e diventassero uomini.
Questo è stato il mio rito di passaggio, la mia agogè. Trovarmi solo in mezzo a un mondo sconosciuto, senza passare il tempo con la gente che si conosce, che parla la nostra stessa lingua. Con la mia vita chiusa in uno zaino e un paio di tasche, e soprattutto all'interno della mia pelle. Come una specie di calcio nel culo atto a far accelerare la mia crescita e spingere gli eventi ad accadere. Al ritorno a casa la telefonata di mia sorella e la notizia che sarei diventato zio.

Thursday, May 22, 2008

No!

Col cazzo che adesso faccio un post su aerei e areoporti. E nemmeno sulle fermate di metropolitana perse. Io sorrido, e tanto mi basta!

Sunday, May 18, 2008

The bitter soil we've grown out of


Tradate Biss - Voghera 0-22
Uslenghi, Tradate

Terra. Questa terra è sempre stata nostra. E' l'orgogliosa terra dei nostri padri (fratelli, in questo caso). Appartiene a noi e a loro e a nessuno degli altri. La terra del nostro campo è infida, dura, inclemente. E' un brutto campo, ci si fa male, è duro e non c'è erba, non è bello andare a terra. E su quel campo ci vado a terra da tre anni e mezzo, due, poi tre volte a settimana. Mi è capitato anche di andarci a terra qualche domenica. E ci avevamo giocato un derby con la Biss. Biss che in casa non ha mai fatto un punto, e purtroppo la situazione permane. Si ospitava il Torneo dei Longobardi.
Prima partita ufficiale in casa. Per la prima volta sul campo dove ci facciamo il culo, dove sputiamo l'anima tre volte a settimana. Il campo dove mille volte ho dovuto fare il magazziniere tuttofare per la prima squadra, dove mille volte ho tifato i ragazzi che si allenano con me durante la settimana e che scendono in campo la domenica, perchè tecnicamente o fisicamente più dotati, a portare su quel campo i loro, ma anche i miei, sforzi. Stavolta ero io, con tutta la Biss, a portare in campo gli sforzi del Tradate. Sotto la pioggia battente, di fronte ai nostri compagni, i nostri amici, i nostri tifosi. Arbitrati dal nostro allenatore. A rendere gli altri, sempre disposti a graffiarsi su questo campo così inospitale assieme a noi, orgogliosi di noi, per una volta.
Mi auguro nonostante il risultato lo siano stati. L'unica squadra a presentarsi è stato il Voghera, battuto sei giorni fa. Sei giorni fa: ogni partita è una storia a sè. E in sei giorni ne son cambiate di cose. Loro han giocato bene, ordinati e disciplinati. Noi abbiamo subito un po' inizialmente. Io ci ho messo una manina. Sotto a una palla che loro cercavano di schiacciare nella nostra area di meta: sollevato, mischia, ancora 0-0. Alla fine se ne sono andati dalla nostra metà campo con la meta che cercavano. Noi abbiam cercato di rimetterci in corsia e di giocare nella loro metà campo, facendo anche benino. A un certo punto una palla vagante mi rimbalza davanti. Le mollo un calcione e mi metto a rincorrerla. Loro pasticciano e la portano a rimbalzare nella loro area di meta. Uno dei loro annulla, ma a me sembra gli sia scivolata la palla all'indietro prima di schiacciarla. Mi tuffo sopra all'ovale, sperando che sia meta. Momento emozionante, ma l'arbitro da per buono l'annullato, ed è mischia. E noi facciamo fallo e siamo ricacciati indietro. E lì cominciamo a perdere convinzione e concentrazione. Troppi falli, concentrazione bassa, e concediamo altre due mete.
A un quarto d'ora dalla fine Dante esce, un po' amareggiato. Ci ha messo tanta grinta, ma la frenesia gli ha giocato brutti scherzi, ed è stato uno dei più confusionari in campo. Tocca a me capitanare l'ultimo quarto d'ora. Ho continuato a dare indicazioni e cercare di motivare i miei fin dal calcio di inizio, continuo a farlo. Subiamo la quarta meta e, dopo averla subita, si risveglia un po' di orgoglio, e ci rimettiamo a giocare, a provarci. E loro ci concedono qualche calcio in più, riusciamo a fargli mettere un piede indietro. Qualcuno vorrebbe finirla, con un calcio in touche, ma io no. Non abbiamo nulla da perdere, siamo lì per giocare. Se ci fanno la quinta amen, ma voglio continuare a cercare fino all'ultimo la meta per noi.
Finisce così com'era, sul 22-0. Il tè caldo, la birra offerta, due chiacchiere con gli avversari e quattro scherzi con gli amici e i compagni fanno scendere l'amarezza del boccone. Qualcuno dice: "Bravo Billie, ti ho visto grintoso", strappandoti un sorriso. Doccia, spogliatoio con calma. Ultimo a uscire, stremato. Le braccia che penzolano, pesanti come due lastre di ghisa. Birra, salamella, patatine, una staffetta alcoolica (Tradate resta imbattuto nella specialità).
Poi mi si para di fronte l'allenatore. Mi porge la mano, per stringere la mia. "Billie, devo farti i complimenti per la partita che hai giocato oggi". E mi dice che nonostante i miei soliti limiti tecnici o fisici, è rimasto ben impressionato dal cuore che ho messo in campo. "Se solo avessi tre o quattro giocatori con il tuo cuore...oggi che arbitravo ti ho visto dal campo, e ci hai messo veramente un cuore grosso così". "Grazie, ne sono contento", balbetto a malapena, poi giro le spalle e mi allontano, quasi imbarazzato dal complimento, con le lacrime che spingono da dietro gli occhi e quel cuore grosso così che scoppia di felicità e orgoglio nel petto. Era tutto quello che avrei potuto chiedere a questa giornata.

Monday, May 12, 2008

I've been beat up, but I'm not down

TraBorgo - Seregno 0-5
TraBorgo - Lainate 0-22
TraBorgo - Voghera 10-0
Campo Comunale, Velate

You can crush us, you can bruise us but you'll have to answer to the guns of Brixton

Velate. A Velate avevo fatto il mio esordio in campionato, nel dicembre del 2005. Fu anche il mio esordio assoluto in mischia, mi ero sempre allenato da trequarti e l'allenatore mi spedì a fare il flanker. Segnò l'inizio del mio indissolubile amore per il mondo dei primi otto uomini. Ero un piccoletto con la pancetta che ci metteva passione e che era a malapena in grado di tenere il campo. Ora la pancetta è scomparsa (sigh), il campo lo so tenere meglio, la mischia è il mio mondo. La passione è rimasta invariata. Terza giornata dei Longobardi, Biss + Borgomanero. Prima partita da dimenticare, contro Seregno. Dopo trenta secondi vanno in meta, e vincono 5-0, grazie a quell'unica marcatura. Io a metà primo tempo prendo una gomitata in faccia da Jerome e inizio a zampillare sangue dal naso. Mentre mi tampono vedo una brutta partita: zero pressione, zero aggressività. Rientro nel secondo tempo, e siamo un po' più convinti, ma non basta. Costruzione poca, meglio nei raggruppamenti.
La seconda partita è contro una "rivale" storica. Lainate. Contro Lainate ci abbiam giocato tantissime volte, noi della Biss. Dante, il nostro capitano, è di Lainate. Si sciroppa 120 km alla settimana per allenarsi con noi, invece di giocare con la squadra del suo paese. Squadra che l'ha sempre trattato male, usato come "sacco dei placcaggi" e convinto che non avrebbe mai ottenuto niente nel rugby. Dante non avrà grandi doti fisiche, nè tecniche, nè una gran vista, e forse non è neanche il più coraggioso dei giocatori (ma ultimamente non l'ho mai visto arretrare). Però Dante ha un cuore grosso così, cazzo, e quelli lo pigliano per i fondelli. Non mi va giù. E' per questo che quando dice che sta fuori per il problema alla gamba, e che nella partita contro Lainate il capitano (e tallonatore) sono io, dico ai miei compagni: "Ragazzi, questa la giochiamo tutti per Dante". Ci asfaltano, 22-0. Però è gente che gioca in serie C, a buon livello, e noi siamo senza qualche giocatore importante. Ci mettiamo grinta, coraggio, aggressività e, nonostante la differenza di livello, usciamo dal campo a testa alta. Tra le loro fila un numero 8, giovane promessa. L'allenatore, quando avevano giocato contro la nostra prima squadra, aveva approntato delle "trappole" per arginarlo. Io mi son concesso il lusso di placcarlo rubandogli una palla. A un certo punto, palla-omo, diretta a me. Mi tirano un placcaggio assassino, una botta veramente brutta, là dove fa più male, il basso ventre. Un anno fa mi era capitato, in avvio di partita, di ricevere una botta simile. Giocai pochi minuti dopo la botta, facendomela letteralmente sotto, e lasciai il campo sentendomi un vigliacco. Ora a terra, stringo i denti per il dolore, raccolgo il fiato e mi rialzo. No, oggi non mollo neanche morto, anche se in mischia mi stan stritolando.
La terza partita. Dobbiamo vincerla. Siamo stufi di pareggi, di sconfitte, di rispondere ai "com'è andata?" dicendo "Eh, perse tutte". E Voghera sembra alla portata. Torno al mio posto da numero 8. Placco, rubo nei raggruppamenti, e tutta la squadra sta giocando bene. Ci installiamo nella loro metà campo. A un certo punto loro tentano di fare una maul sui loro 22. Riesco a mettere la mano sul pallone, spingo, e mi stacco dal raggruppamento con l'ovale in mano. Ad aspettarmi un flanker samoano a braccio teso. Si, gran botta, ma io rimango in piedi con la palla, e corro. Rompo un altro placcaggio, sento che stiamo per farcela. Tiro una spallata a uno e imposto una maul, loro la fan crollare. E' punizione, giocata veloce su Jerome, che va in meta. 5-0. "Ragazzi, ancora così, torniamo di là, non è finita". E Lame "Crisantemi" stupisce tutti raddoppiando il punteggio con una meta di intercetto. Il primo tempo finisce 10-0, e io avverto i miei compagni: "A questi adesso sale la rogna ragazzi, noi non dobbiamo cedere di un millimetro mentalmente. Restiamo concentrati". Come avevo previsto, la loro aggressività sale, la nostra concentrazione scende. Troppe punizioni, loro prendono coraggio e giocano di più. Però noi non li facciamo passare. A tre minuti dalla fine rimango a terra con la caviglia dolorante. Il dottore mi intima: "Fermati. E' meno di una distorsione, ma hai preso una tacchettata forte sulla capsula dei legamenti".
I miei compagni mi portano a bordo campo, e io vorrei essere in campo con loro nei tre minuti successivi, mentre li guardo e fremo sulla panchina. Quando l'arbitro fischia, comincio a saltellare su una gamba, vado ad abbracciarli tutti. E' la nostra prima vittoria, dopo due anni di sacrifici, ha un sapore speciale. E ricevere una certa telefonata al ritorno, in macchina, e poter raccontare di aver vinto, nonostante quando ho riattaccato fossero in agguato gli sfottò degli altri tre occupanti della Clio, mi ha messo in volto un sorriso impagabile. Grazie ragazzi, e scusate se vi ho dovuti lasciare soli per tre minuti.

Friday, May 09, 2008

Death Or Glory

Finalmente l'ho finito. Verona, fine febbraio, siamo in un parcheggio, ridiamo, scherziamo e ci apprestiamo a mangiare. E Muggsie tira fuori un libro rosso e me lo consegna. Sulla copertina di fronte c'è una foto storica, 21:50 PM, di Pennie Smith. Nota ai più per essere la copertina di quello che ho sempre considerato il disco più importante di tutti i tempi, almeno per me, London Calling dei Clash. Il retro invece è la copertina del primo disco, appunto, The Clash. Il libro si intitola (in italiano, in inglese si chiama Passion is a fashion, da una frase di Joe Strummer) Death or Glory. Autore il giornalista musicale Pat Gilbert. E', manco a dirlo, una biografia dei Clash. All'inizio lo stile di Gilbert non mi prendeva: ho sempre trovato il giornalismo musicale un po' troppo sensazionalista, e Gilbert non sembrava esserne esente. Però pian piano la storia mi ha completamente risucchiato: era il libro che ho sempre cercato, che speravo mi permettesse di capire meglio i Clash, sia dal punto di vista "cronologico" sia da altri punti di vista (valore aggiunto di quanto scrive Gilbert i tanti riferimenti culturali cui riesce a collegare brani e accadimenti). Un'altra cosa su cui ho potuto indagare è stata la Clash-Aberdeen connection ("Perchè ogni volta che ho a che fare con dei Glaswegians ne trovo sempre uno che si è visto i Clash ad Aberdeen?" scrissi in un vecchio post). L'unico concerto, se non sbaglio, tenuto dal gruppo ad Aberdeen è stato quello del 5 luglio 1978, prima del quale Johnny Green, tour manager del gruppo, rischiò di morire sotto gli occhi della band. Da Aberdeen doveva iniziare il tour britannico di Combat Rock, che fu cancellato perchè Strummer fece perdere le proprie tracce: "Bernie e Kosmo tentarono l'azzardo: andarono ad Aberdeen per la prima data del tour, ma quando Joe non si presentò per il concerto risultò evidente che bisognava annullare tutta la tournée britannica. Jock Scott - che come tutti gli altri, era completamente all'oscuro di quanto stava realmente accadendo - era partito da Fife in autostop per andare al concerto. Fu sorpreso quando vide Baker che guidava il furgone del gruppo e tornava a Londra sulla carreggiata opposta".
Beh, insomma, mi ha fatto bene "ripassare": i Clash son stati il mio gruppo preferito da sempre, ne ho parlato anche in un altro post in cui raccontavo della prima volta che ho ascoltato i Clash. Il libro, prima di un bellissimo "addio" a Joe Strummer, chiude con una frase dello stesso: "Abbiamo dato il 110 per cento, ogni giorno. Ma quando incontri questa gente, persone che ti dicono che hai avuto qualche effetto sulla loro vita, allora senti che ne valeva assolutamente la pena". E di sicuro i Clash hanno avuto un bell'effetto sulla mia vita, quella di uno che è diventato diciottenne sulle note di Police & Thieves, che ha sempre considerato i Clash una grande influenza e qualcosa che l'ha aiutato a crescere. Tanto tempo fa volevo organizzare un tributo ai Clash con gruppi locali. Progetto che non andò ahimè mai in porto, e per cui fu registrata unicamente una canzone, una geniale versione di Career Opportunities (del grande Massi Lanciasassi dei Leeches), ma che per me significò molto: il passaggio da un adolescente che si lasciava trascinare, che se ne stava zitto, a un ragazzo che si dava da fare, cercava di realizzare sogni e progetti, iniziava a urlare e cercare di farsi sentire. And when I first shouted White Riot / I knew that was a riot of my own / I knew that was a riot of my own / I know this is a riot of my own!, canto in Out of a coma, e canto anche Listening to Tommy Gun, Stay Free and Koka Kola / I thank you for waking me up out of a coma. E' una cosa che si ispirava a un'intervista a Paul Simonon vista in un documentario sui Clash, in cui il bassista parlava della forte influenza di Joe Strummer sulla vita di molta gente, del fatto che molti si fossero sentiti tirati fuori da uno stato comatoso proprio dai Clash. Parole da cui mi son sempre sentito rappresentato. Nell capitolo Epilogo - un addio a Joe, Gilbert dichiara: "Le chat room di Internet furono sommerse da elogi funebri per il cantante. Aveva toccato le vite di centinaia di migliaia di persone: a giudicare dal numero di ricordi personali, sembrava che avesse effettivamente parlato con ognuno di loro". Ed è un personaggio con cui qualcosa sento di averlo in comune. Dall'abitudine a cambiare nome (John Graham Mellor - Woody - Joe Strummer - e tra l'altro in un racconto che scrissi molto tempo fa il personaggio che in realtà ero io si chiamava Mellor Somoza Ramone) a una certa visione "fumettistica" delle cose. Anche iconograficamente i Clash hanno significato molto per me, porto questa foto a testimonianza: ultimo concerto dei Korova Milkbar, mia vecchia band. Maglietta di London Calling fatta a ferro da stiro (finchè non la persi a Bologna fu la mia maglietta da partita quando iniziai a giocare a rugby) e camicia con scritte a pennarello e bomboletta, stencil col nome della band. Tra le scritte, le più importanti sono due: sul colletto c'era scritto a indelebile STAND TILL YOU FALL (da Rebel Waltz, su Sandinista) e sulla schiena a bomboletta ANGER CAN BE POWER (da Clampdown, su London Calling).
Tornando al libro, il capitolo più folgorante per me è quello che racconta la lavorazione a London Calling, sotto la supervisione del leggendario produttore Guy Stevens. Un capitolo che mi ha rapito e lasciato sognante e che credo sia riuscito un po' a ricreare la sensazione di energia di quel disco, di quelle session. Un'altra parte bellissima del libro invece riguarda il giorno in cui i Clash han scritto Straight To Hell, una delle mie canzoni preferite:

La visione antimilitaristica di Joe raggiunse la sua epifania artistica in Straight To Hell (Dritto all'inferno), un'analisi potente e schiacciante dell'eredità della guerra in Vietnam, con l'agghiacciante verso indirizzato a un figlio della guerra americano-asiatico: "Lascia che ti parli del tuo sangue, bambino di bambù, non è Coca-Cola, è riso". Digby assistette alla genesi della canzone. "E' stata quasi tutta registrata in un giorno", dice. "Era il giorno prima del Capodanno 1981, giorno in cui era previsto che prendessimo l'aereo per tornare a casa. E' stato un rush folle e creativo. Ci hanno messo dei piatti da banda: Mick suonava la conga con le bacchette, che era una cosa abbastanza insolita, ma il suono era eccellente. Topper suonava le percussioni con le mani e roba simile: era estremamente complesso, un sacco di innovazioni".
"[Il giorno dopo] era Capodanno", dice Joe nel libretto di The Clash On Broadway. "Avevo scritto il testo rimanendo alzato tutta la notte all'Iroquois. Sono andato all'Electric Lady e ho registrato la voce su nastro, abbiamo finito verso mezzanotte meno venti. Abbiamo preso la metro dal Village a Times Square. Non dimenticherò mai l'uscita dalla stazione della metropolitana, appena prima di mezzanotte, in mezzo a cento milioni di persone, e ho capito che avevamo appena fatto qualcosa di veramente grande".

Thursday, May 01, 2008

Isabella

Isabella è nata il primo maggio. Alle 17 e 20, a Monza. Pesava 2 kg e 910 grammi, era lunga 49 cm. Suo zio si bevve alla sua salute tre bottiglie e mezzo di vino. Benvenuta Isabella, zio Billie non vede l'ora di conoscerti.