Monday, June 25, 2007

The Match (da me postato su rugby.it)

Hole Blacks - Old Stars undisclosed result

Bologna. Ogni anno ci si ritrova a chiudere la serranda sulla stagione alla Barca. Ogni anno ci tocca una sveglia mattiniera di sabato, per saltare in macchina con qualcuno e dirigersi, in una macchina che prende le sembianze di una serra ancora in tangenziale est, verso l'Emilia Romagna. Ogni anno ci ritroviamo a fare riflessioni sull'eroismo demente dei presenti, ogni anno ci ritroviamo a naso in su, in una stazione-clubhouse, in una tensostruttura con gnocco fritto o ancora con quei pali che si ergono in cielo a portata dei nostri occhi, a pensare a cos'è che ci rende così contenti di essere lì, di aver condiviso prima saracche, pigne, fiato, fango e sacrifici, poi alcool, racconti, risate e piccole commozioni, con gente che, in genere, abbiamo visto non più di una mezza dozzina di volte.
Che raccontare? La mia solita cassetta per cominciare una giornata di partita (canzoni d'obbligo "Sunnyside of the street" e "Wild Cats of Kilkenny" dei Pogues) invece di risuonare sulla Varesina ha risuonato sulla Milano-Meda. Il prode Radagast è passato a prendermi e poi i due Capitani hanno raccolto il CDA delle Camioniste. Phoe, Robbby, Cookie, Foca. E poi, bando alle ciance, via per Bologna, tra lattine che esplodono in mano a Robbberta, un persistente odore di liquerizia, Cookie che viene catapultata in avanti, la fantastica colonna sonora messaci a disposizione da Radagast e i Carmina Burana all'arrivo alla Barca riarsa.
Ad accoglierci S' l'uomo in mutande, McPippus e Lucy. Ma da qua in poi è inutile elencare tutti quelli che sono arrivati. Troppi i momenti...con Nambereit che allestisce solo per Ermanna uno spettacolino sul "perchè le donne cambiano quando si sposano". Quando imita la moglie dicendo "cossa gastu speso?" mi sembrava quasi Paolini. Un'orazione sociale sul Matrimonio, nelle parole di Nambereit una catastrofe al pari del Vajont o di Ustica.
E che emozione vedere Ermanna e Ted, come al solito. Come quando vidi Ted in mezzo a una folla oceanica in metropolitana a Roma e urlai "Teeed" e lui mi vide e rispose "Billieee". Visti i soprannomi, le mie basette, i suoi capelli rossi e la quantità di scozzesi mischiati nella folla, credo che a nessuno sia venuto un benchè minimo sospetto della nostra -nostro malgrado- italianità.
Gli integratori arrivano con Rama, come al solito. Ma i veri integratori del pre-partita sono sopressa, frittata, focaccia e pizza al taglio, uniti a un po' di birra fresca, needless to say.
Nel prepartita, fatto di piccole commozioni, cerebrali e non, per l'arrivo di vecchie conoscenze e nuovi amici, d'un tratto serpeggia un brusio da classe delle medie. "E' arrivato il capo, è arrivato il capo". E alzi gli occhi e ti vedi di fronte un armadio a tre ante che ha fatto la storia del rugby italiano. Glom! "Ma gioca? Ma gioca?". Alla fine il più lesto a offrire una maglia a Franchino è Ted, e Franchino è bianco, Old Star. Sarà, ma a molti pareva uno sbarbatello con poca esperienza.
Inizia il riscaldamento (ma ce n'era veramente bisogno?) e lì è il momento peggiore della giornata. Perchè nessuno crede di potercela fare, a correre. Tutti si sentono morire. Strano che, una volta partito il calcio d'inizio, nessuno si senta più morire, e tutti si sentano ringiovaniti e rincoglioniti, pronti a rischiare un colpo di sole per la nobile causa del rugby. We may be old, but we're still immature, dice un vecchio adagio ovale. Figuriamoci i giovani.
Ma abbiamo lasciato troppe cose dietro alle nostre spalle. Per esempio l'insignimento a cavalieresse (cavallerizze?) dell'ordine delle camioniste di Lucy, Alieno e Belva, quest'ultima insignita di un manufatto particolarmente equivoco, ispirato senza ombra di dubbio al Piffero di Sean Lamont.
E poi eccoci in campo.
Ha senso parlare di una partita del genere, a chi non c'era? A chi non l'ha vissuta? Perchè di questa partita non sono poi importanti le cronache. L'importante è esserci. Questa partita è emozione. Leggerne è solo un surrogato. Però questo surrogato, questa biada virtuale, ha un senso, a pensarci bene. Trovarsi a distanza di mesi e anni a rileggerlo e ricordarsi e sapere di esser stati presenti e mantenere, nei nostri cuori, ben vive le sensazioni, le memorie, i ricordi.
Quando saremo vecchi e rincoglioniti, non sosterremo più un cucchiaio nella nostra mano e non avremo più denti per masticare nè reggere paradenti, racconteremo ai nostri nipotini di aver giocato un giorno a fianco o contro Properzi. I nostri nipotini probabilmente manco sapranno chi fosse. E se anche lo sapessero, ci prenderebbero per pazzi e si girerebbero i loro genitori (i nostri figli) dicendo "mamma, papà! nonno è rincoglionito, portate le pillole". L'unico modo per non impazzire sarà rendere il Campo La Barca un ospizio, e ritrovarci a fare le nostre chiacchere da rincoglioniti in una casa di riposo resa dalle nostre presenze e dagli alcoolici sdoganati dall'esterno, una cooperativa. Specie in via d'estinzione, come tante delle altre che si sono viste in campo e fuori a Bologna.
Io personalmente ho visto Properzi urlare, quando gli ho tirato una veemente testata sul fianco. Ha urlato. Proprio così. Ricordo la sua smorfia di dolore mentre latrava un "Accendete gli zampironi!".
Ok, battuta idiota, lo so, ma ci tenevo a farla. Per me questa Bologna ha rivestito un'importanza particolare. Capitano degli Hole Blacks. Molti dei non presenti non lo capiranno, ma è un'emozione impagabile. Quanto un cap in nazionale, immagino. E poi c'è stato il mio primo discorso, per cui ero molto emozionato. Penso sia venuto un po' zoppicante nella forma. Però la partita di Bologna non è forma. E' sostanza. (Mi piace buttare dentro queste frasi fatte e luoghi comuni di tanto in tanto. Rendono quanto scrivo più pubblicabile per la Gazzetta o simili).
Il volantino di questa partita, riecheggiando JPR, diceva la cosa giusta: "Il rugby è la storia di 30 uomini e un pallone. E quando non c'è più il pallone, rimangono gli uomini". Ed è vero. Trovarsi sotto un cielo stellato con Radagast, Jimmy, Alby a raccontare aneddoti rugbistici. Parlare con Conchiglione di concerti e dischi, e scoprire l'unico altro italiano che conosce i The Men They Couldn't Hang e a cui non li hai fatti conoscere tu. Parlare con il buon Maxam di Smiths e Pogues e di viaggi a Glasgow. Vedere sorrisi, pacche, abbracci, scherzi, battute e frecciatine. Parlare di qualsiasi cosa, dalla fermentazione della birra, all'affair Berbizier/Scanavacca. Dalle cose futili alle cose cui teniamo. Fare coda per le salamelle. Offrire e ricevere da bere. Brindare. Farsi regalare da Ted il calendario del Valdagno (sboronissimo il trolley).
Grazie alla birra e a chi l'ha portata, al limoncello che ha fatto mia zia, al Moscato che non ricordo chi mi abbia offerto e al Durello che mi hanno offerto Ted e Nambereit (quest'ultima frase è quantomeno equivoca, lo ammetto). E al cerchio di sedie le prime contestazioni tra HB e OS e le mie frasi sconnesse e il mio occhio spento dalla quantità di etanolo in circolo. Mi ricordo di aver detto "La nostra è una battaglia senza gloria: se vinciamo, dicono che era facile, vincere contro dei 'vecchi', se perdiamo, ci prendiamo pure le prese per il culo".
Poi in campeggio, dove io son crollato quasi subito. E soprattutto il mattino. A raccontarsi di chi russa e di chi scoreggia, a farsi ventimila caffè per tirar via il rincoglionimento, a salutare commossamente tutti e darsi l'appuntamento a Bologna, l'anno prossimo. E' sempre così. Non cresceremo mai. Grazie a Dio.

ps. scusate se ho scritto in modo alquanto sconnesso. non modificherò comunque un H. così mi è uscito e così è giusto che resti.

1 comment:

belva said...

Come tu sai...il piffero di Lamont ha ben altre dimensioni!!!