Friday, December 05, 2008

Chinese take-away

Mangiamo nuvole di drago, riso cantonese, coca cola

Dedicato alle serate post-allenamento del mercoledì e del martedì. Al Ristorante Cinese e al mio solito menù (tost di gambeli - liso saltato con gambeli - pollo con patate). All'ultima persona che mi ha preso per scozzese. All'Islanda. A tutti quelli che mangiano nuvoledidragorisocantonesecoca-cola. A ieri sera, quando per tutte queste cose sono andato con questa canzone sull'autoradio e ora non me la levo più dalla testa! A volte basta poco per sentirsi bene.


Monday, November 24, 2008

Brothers in arms

I've watched all your suffering
As the battles raged higher
And though they did hurt me so bad
In the fear and alarm
You did not desert me
My brothers in arms

Mancano pochi minuti. Lo spogliatoio è piccolo, scomodo. Siamo tutti ammassati. Seduti, prepariamo le cose. C'è quasi un silenzio irreale. Dervino: "In piedi". E noi ci alziamo. "Teste alte". Non c'era neanche bisogno di dirlo. "Abbracciati". Ci stringiamo insieme, ricordo al mio fianco Morris. "Chiudete gli occhi". E chiudiamo gli occhi, respiriamo, ci rilassiamo. Stretti. Uniti. Insieme.

"Sapete cosa vedo? Vedo luglio, caldo, zanzare. E noi in campo. Agosto, voglia di andare al mare. Ancora caldo e zanzare. E noi in campo. Vedo settembre, le prime amichevoli, primi problemi da sistemare, infortuni. E noi, ancora, in campo. Vedo ottobre, i primi risultati. E noi sempre in campo. Novembre. Il 23 novembre. E' oggi, è qui. E sapete, nei vostri occhi, cosa vedo? Vedo Abe che piscia addosso a Billie in doccia, vedo Enzo che rompe sempre i coglioni, vedo queste cose. E perchè? Perchè siamo fratelli".

Fratelli. "Fratelli per forza". Perchè c'è la gente che non si sopporta. Ci sono le recriminazioni. Ci sono le cose che non vanno giù. Ma lì, in campo, io sento che lo siamo. E se non sono dentro a dare una mano, mi sento sminuito:

And Crispin Crispian shall ne'er go by,
From this day to the ending of the world,
But we in it shall be remembered-
We few, we happy few, we band of brothers;
For he to-day that sheds his blood with me
Shall be my brother; be he ne'er so vile,
This day shall gentle his condition;
And gentlemen in England now-a-bed
Shall think themselves accurs'd they were not here,
And hold their manhoods cheap whiles any speaks
That fought with us upon Saint Crispin's day.

Abbiamo perso. Poteva capitare. Purtroppo. Io mi dico: male in mischia chiusa, non ho trovato l'assetto; s.v. nei raggruppamenti; bene un placcaggio su una loro seconda. Chiuso. Per quel poco che mi è stato possibile, ce l'ho messa tutta. E ho visto i miei compagni, i miei fratelli, mettercela tutta. Come stiamo facendo da luglio. Contro tutto. Contro tutti. Non abbiamo retto alla tensione dell'ora o mai più e loro ci han saputo colpire, portando a casa la partita. Brutto sentire a fine partita, al fischio finale, uno di loro urlare "In yer fucking faces". Mi aspettavo tutt'altra signorilità. Anche se alcuni di loro li ho abbracciati sinceramente, altri potevano risparmiarsi certe uscite, che a me non sono andate giù. Ma sono tutte chiacchere. La verità è che abbiamo perso, anche se abbiam perso "bene".

Però ritengo necessario dire questo, ai miei fratelli per forza, ai miei brothers in arms. Nonostante le polemiche interne che possiamo avere. Nonostante questa sconfitta e il punto perso a Varese. Nulla è finito ancora, la stagione non è da buttare via. E per questo, gli dedico non una direstraitsiana Brothers in Arms, non uno shakesperiano Enrico V, ma un johnbelushiano Bluto Blutarski:

Thursday, November 13, 2008

Yer Seek Minds (I)

Ho sempre sognato di farlo.
Non posso trattenermi oltre.
(P.S.: Seek Minds è un gioco di parole, non un errore di ortografia)
Le chiavi di ricerca per Bloguemahone - ottobre 2008:
  • la prima volta fa male? - ...iniziamo bene...
  • pietro grossi pugni sintesi - uno non combatte e l'altro è sordomuto. si menano.
  • "massimo bocchiola" - se lo trovi, digli che le sue traduzioni di Irvine Welsh, a me, non piacciono per niente...
  • accadde nel 1958 - http://it.wikipedia.org/wiki/1958
  • adolescenzialità a parma - non lo so, ci son stato per la prima volta dopo i vent'anni.
  • antonio pennacchi città duce fondazione - Clicca qua
  • belfast ostelli - io son stato all'Helga, in Cromwell Street. Un mio amico ha pure aperto una porta con una forcina.
  • belzebu tradate - ma dai? Dove? Al Folk?
  • billy mcgowan tradate - wow, sono famoso! -ie comunque, -ie!
  • camicie hawaiane - ne possiedo una. Embè?
  • cani tallonatori - conosco qualche Canuomo che gioca anche tallonatore, in effetti...
  • chi è direttore di rurmec spa? - figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo...KA-TUNK!
  • colpisce con uno sparachiodi porno - questo devo ASSOLUTAMENTE vederlo...
  • come pettinarsi - non tocco un pettine da quando avevo quindici anni.
  • come pettinarsi a un matrimonio - suggerirei un mohicano...
  • drambuie a udine - Orsoooo? :P
  • farsi male da soli - dici che c'è un manuale online? Autolesionismo for Dummies?
  • feck off in inglese - vaffanculo in italian!
  • belfast "how to make friends" - beh, innanzitutto assicurati di chi hai di fronte...
  • giornali per uomo ungheresi - ...si autocommenta...
  • la canzona all inizio di lock and stock - chi canzona chi in Lock & Stock?
  • misteri appennino - rabbrividiamo...
  • orso e papera - si, sono amici miei.
  • ospedale sondalo tac - a inizio ottobre era guasta, te l'assicuro!
  • partenza milano cadorna arrivo verona porta nuova - è dura, da Cadorna passano solo le Nord...
  • pettinarsi come i punk - Clicca qua
  • pinta di birra - internet non è il posto per cercarla, entra in un pub piuttosto!
  • pissin porno - porno continuo trainspotting - porno cook - porno racconti - ShinyStat dal prossimo mese mi mette nella categoria "Siti per adulti"
  • rugby farsi male - beh, càpita...
  • sangue dal naso dopo la botta - può capitare. A meno che non hai battuto lo stinco.
  • sicurezza sparachiodi - sto immaginandomi due guardie del corpo armate di chiodatrice a sparo...
  • treni lomazzo verona - non ci sono da Cadorna e li vuoi da Lomazzo???
  • una cane lola - cagna, Lola è una cagna.
  • you porn free over 20 in treno - una promozione di Trenitalia sul porno online?

Tuesday, November 11, 2008

New article + figudemmerda

1. Pubblicato nuovo articolo su Storie di Sport:


2. Figura di merda: mai, mai e poi mai mandare sms allo stesso momento a un avversario e alla propria ragazza. Sennò un seconda/terza linea dell'US Delebio Rugby rischia di trovarsi un affettuoso "Amore mio bello?" sul cellulare. Errrrm....

("Ovviamente l'ultimo non era per te :P"
"Spero..."
)

Heart & Knuckles

Iniziato malissimo, mal di gola e un litigio telefonico. Chiudo la macchina, occhi ancora umidi, gli altri son già cambiati, un senso di inquietudine fortissimo, nonostante le ultime battute al telefono fossero più tranquille. Guardo la mollettina azzurra attaccata alla borsa, lì, vicino al caschetto. Il capitano, giàssa, prima che varchi la porta dello spogliatoio, mi fa: "Ora fai un bel respiro e lascia da parte il nervoso. Ora pensa alla partita". Poi me lo dice Bimbo che, se mai ne ho dubitato, è davvero un fratellone per me, e aggiunge: "Approfittane e sfogati". E poi l'altro fratellone, quello che supera la quintalata, sia di peso, sia di fiducia che mi da ogni volta, me lo ripete. "Sei il terzo che me lo dice" "Ci tenevo a dirtelo anch'io" "Ci tenevo che me lo dicessi anche te". Respiro, cerco di cacciar via l'inquietudine. Voglio giocare bene, voglio chiamarla a fine partita, sentirla orgogliosa di me e contenta del mio sorriso.
Entro in campo, come sempre, baciando il simbolo sul petto della maglia e la nocca del mio mignolo sinistro. Si inizia benino, specie in mischia chiusa. La Banda Bassotti da il suo apporto a un po' di carrettini, uno dei quali spiana la strada alla meta di Michi. Poi ci si spegne, tutti quanti, e si fatica. Riusciamo a mettere la seconda meta a segno solo a fine primo tempo, e nel secondo tempo, nonostante si riparta all'attacco, siamo troppo nervosi e ci facciam fischiare tutto contro.
Enz Off, stranamente nervoso, viene sostituito al 55', dall'unica riserva di mischia. E io, che forse mi aspettavo che quello che sarebbe stato sostituito sarei stato io, mi sveglio un po'. Mi si accende qualcosa dentro, cerco di buttare in campo la mia aggressività. In mischia chiusa le cose si sistemano e fuori sono più tenace e rabbioso, nonostante i nostri attacchi siano sempre frustrati. Metto pressione anche nella loro area di meta, nonostante l'estremo mi faccia fesso facendomi scivolare sul fango.
Al 72', per citare Paolini, tocco il cielo con un dito. Io e Darione, seconda linea e numero otto, siamo rischierati a largo ad occupare lo spazio. La palla arriva verso di noi, azione da trequarti, con Dario e Billie improvvisamente trasformati in secondo centro e numero 8. Fred prende la palla, fissa l'uomo e me la da, appena dentro ai 22, e io penso solo alla linea, a correre più forte che riesco, a superare l'avversario che sta tornando a chiudere e a tuffarmi oltre la linea. Batto la mano per terra, non ci credo quasi, mi sembra un film, mi rialza l'abbraccio dei miei compagni. Io ringrazio Fred, che mi ha passato la palla e che è quasi commosso quanto me per la meta. Poi mi incazzo però, perchè dobbiamo farne un'altra. Dervo mi prende per un braccio, mi indica ai miei compagni, mentre ansimo per la corsa fatta: "Guardatelo. Guardate che cuore ci sta mettendo. Cercate di metterci lo stesso cuore in questi dieci minuti!".
La partita finisce senza che l'abbiamo fatta, senza bonus, e al fischio finale mi lascio cadere a terra, privo di forze, e inizio a piangere come un vitellino. Qualcuno urla di rialzarmi, e lo faccio, lascio che le lacrime continuino, ma vado a fare il saluto. Quando facciamo cerchio attorno all'allenatore, Dervo è incazzato e io ho ancora gli occhi lucidi. "Abbiamo sbagliato, abbiamo perso un punto. Ora non possiamo più permetterci errori. Ci vuole cuore, dobbiamo crederci. Io so che Billie ci crede, siamo tutti come Billie?". L'orgoglio schizza a mille, e solo dopo riesco a godermi il fatto di aver fatto meta, quando vedo i sorrisi dei miei compagni, le loro pacche.
Quando entro in spogliatoio solo per prendere il cellulare dalla borsa valori. E' scarico, riesco solo a dare la notizia, prima che la batteria esali l'ultimo respiro. Ero inquieto, ma sapevo che eri lì, sulla mia nocca

Thursday, October 30, 2008

(Not) Sitting Still (Anymore)

Finalmente sul campo di casa, partire da titolare. Finalmente un riscaldamento, una domenica all'Uslenghi, senza dovermi accomodare sulla panchina. Non mi ci sono proprio seduto, su quella panchina! 76-0 ai Sabres di Sesto Calende, una serata con il (grandissimo) Mosè e poi, alle 23:20...beh, che bella domenica, quella passata senza, una volta tanto, sedersi in panchina!

(foto di Alberto Ferrante - l'album della partita contro Sesto)

Thursday, October 16, 2008

Saint Isabelle

La Lara è sempre piena di buoni consigli e buone parole e, nel periodo in cui nacque Isabella, disse allo zio incantato: "Domani vai in un negozio di dischi e scegli attentamente un disco da prendere a Isabella. Sarà il primo disco della sua collezione!". Non andai in un negozio, ammetto che mi spaventava l'idea di scegliere attentamente un disco per una persona che non conoscevo ancora tanto, nonostante già l'adorassi. Oggi ascoltavo l'ultimo disco di Tom Morello (a.k.a. The Nightwatchman), The Fabled City e...la numero 7, si chiama Saint Isabelle, diamine! L'ascolto, leggo il testo, è amore a prima vista. Ho trovato il primo disco della collezione della Pallina :)

Tom Morello The Nightwatchman
"Saint Isabelle"


Innocence and Suffering, Loneliness and Grace
Pain and Love and Beauty, Laughter, Death and Faith
Where the rising fortune meets the setting sun
Im afraid, my friend, when one is left it's just the same as none.

I will always stand beside you
Defend you and Mend you, Sanctify you
I'll Hold you and Keep you and Fight beside you
I'll follow you down love, I'm right behind you

God make a road straight, God make a road true
Saint Isabelle is coming through
God make a road straight, God make a road true
Saint Isabelle is coming through

The textbook's on the table, the radio's on the the shelf
and thank you for the offer but I'll sing this one myself
In reverential silence the crowd sat in the pews
I climbed and climbed for hours but, oh my, what a view.

I will always stand beside you
Defend you and Mend you, Sanctify you
I'll Hold you and Keep you and Fight beside you
I'll follow you down love, I'm right behind you.

God make a road straight, God make a road true
Saint Isabelle is coming through
God make a road straight, God make a road true
Saint Isabelle is coming through

Im surprised you didn't come forward when the cops dragged me away
There's a museum in the Netherlands I hope to see again someday
There's a painting of a woman gathering wood, it's almost dark.
In a world bereft of meaning, there's a flicker in the heart

I will always stand beside you
Defend you and Mend you, Sanctify you
I'll Hold you and Keep you and Fight beside you
I'll follow you down love, I'm right behind you.
I'll follow you down love, I'm right behind you
Follow you down love, I'm right behind you

God make a road straight, God make a road true
Saint Isabelle is coming through
God make a road straight, God make a road true
Saint Isabelle is coming through

Monday, October 06, 2008

Three Stitches for Billie Lock


Abbiamo vinto, col bonus. E per la prima volta ero titolare a inizio campionato. C'ero e, nonostante nel primo tempo abbia concesso due punizioni stupide e mi sia confuso nel nostro generale torpore, nel secondo tempo noialtri si è sciorinato una bella prestazione. Penso di aver fatto bene in seconda linea, e non mi sembra di aver fatto grandi cacchiate dopo quelle due punizioni nel primo tempo. I miei compagni dicono che se ci credevo, andavo in meta. E ho visto Bimbo andare in meta di fronte ai miei occhi, in quanto ero lì a sostenerlo.
A 5 secondi dalla fine, il patatrac: abbiamo già vinto, conduciamo 30-16, loro cercano il bonus. battono una punizione veloce, salgo e cerco di placcare e...la testa di Enz Off mi arriva dritta in faccia, lasciandomi per terra a urlare, con una maschera sanguinante in volto. Arrivano i soccorsi, mi portano via in ambulanza all'ospedale di Sondalo. E lì comincia il travaglio: la TAC di Sondalo è rotta, mi portano in ambulanza a Sondrio. Fred e la Giò mi seguono in macchina, ma bucano prima di Sondrio. La neurologa di Sondrio viene acciuffata mentre stava uscendo per farmi l'accertamento neurologico dopo la TAC. Dopo tanta attesa, tre punti al sopracciglio, una puntura di antidolorifico e un'antitetanica, sono libero. Sbagliamo strada per tornare a casa, però sento l'affetto e la solidarietà di Silvia, dei miei compagni e amici, anche di qualche avversario e, nonostante la malinconia sia alta (e mi sia perso i pizzoccheri!), beh, il senso di calore è altrettanto forte.
E la mente torna a fine partita. Abbiamo vinto, i miei compagni fanno cerchio attorno a me, mentre il dottore mi medica e io sono seduto e sanguino e cristono. "Per il Valtellina", chiama il capitano, "Uì Uò Uà! Stamminchia!", rispondiamo assieme, anche io. "E per Billie", richiama il capitano. "Hip Hip Hurrà, Hip Hip Hurrà, Hip Hip Hurrà". E io mi sciolgo tra le lacrime.

Monday, September 22, 2008

Un uomo estremamente sgraziato

Eh, si, il 4, quello lì sgraziato con quella fascia orrenda in testa...sono proprio io!

Sunday, September 21, 2008

+1, -1...1!

Settimana scorsa non parlai della partita. Giocammo contro Lainate e una mista Varese/Diavoli Rossi, perdendo entrambe le partite. La prima, in particolare, non l'ho proprio giocata bene, concedendo in avvio di partita un buco enorme all'apertura e lasciandola libera di andare a segnare. "Billie! Svegliati!", e di contrò Mosè che mi fa: "Poco male, Billie, hai tutta la partita per rifarti". Ciònonostante, un altra cazzata (non così costosa) e tanto nervosismo, e un po' troppa fiacchezza nell'uno contro uno, e tanta frustrazione. No, ero troppo disorientato e non posso dire di aver giocato bene. L'unica cosa bella è stato un placcaggio su un uomo senza palla, fatto per esorcizzare questa frustrazione. "Fanculo, che gli arrivi o no la palla, io lo tiro giù!".
Negli spogliatoi, Dervino parla. "In mischia stiamo giocando in 6+1, perchè da Billie non mi aspetto molto, mi va bene tutto quel che riesce a fare". Commento che mi ferisce un po', ma pazienza. Cerco di rilassarmi, in vista dell'altra partita, ed è tutta un'altra cosa. Placco, giro i placcati, impedisco l'uscita di qualche pallone, mi faccio dare un po' di botte, corro. Alla fine del secondo tempo sono stracotto, perdiamo. Ma fanculo, almeno in questa partita posso dire di aver dato tutto.
E ieri Torneo di Verbania. Con sulle spalle il fatto di essere campioni uscenti. Frago si è fatto male durante la partita con Varese, e io mi sacrifico: seconda linea, con il numero 4. Brutta storia per le mie orecchie e faticosa per spalle e schiena. Paolino, il capitano, ci dice subito: "Siamo questi qua, ma non importa". Tutto il torneo lo giochiamo in 14. Prima pareggiamo contro il Monza, poi battiamo Novara con una bella partita e ci guadagniamo la finale. In finale giochiamo contro i Braves de Comptoir, una squadra francese che aveva spadroneggiato nel suo girone. Noi siamo carichi, e concentrati, e abbiamo una voglia incredibile. Nel giro di 8 minuti gli facciamo tre mete (grande Bimbo!) e poi "amministriamo" il risultato. A fine primo tempo, guardia in un raggruppamento sui loro cinque. Salgo, il mediano la passa, ma qualcosa nelle mie gambe mi dice di accelerare ancora di più. E arrivo a parare (di faccia) il calcio di liberazione della loro apertura, che però supera la linea di pallone morto. Il primo tempo finisce così, e io mi sento carichissimo. Nel secondo tempo c'è tanta tensione, loro cercano di buttarla sul nervosismo e sulle botte, ma noi resistiamo alle provocazioni. Però abbiamo i coglioni girati e, nonostante il giocatore in meno che abbiamo in mischia, decidiamo di carrettarli. E li tiriamo indietro così tanto che io e Mone, l'altra seconda, finiamo di faccia a terra, 5-6 metri davanti alla ruck che si era già formata. La partita finisce, abbiamo vinto di nuovo il torneo, una coppa bellissima che verrà festeggiata anche con un Billie Go. L'allenatore ci dice: "Bravissimi, avete vinto, giocando tutto il torneo in 14". Enzo mi dice: "Non so se riuscirai a fare tutta la stagione così, ma me lo auguro, stai facendo delle belle partite!".
Festeggiamo, poi doccia, e Michi mi fa notare: "Stavolta ha detto che eravamo in 14, non in 13+1".
Verbania...siamo arrivati 1, giocando in -1, e non in tredici +1.

Thursday, September 18, 2008

Sotto il culo della rana (in fondo a una miniera di carbone)

In realtà non ho particolarmente voglia di parlare di questo libro di Tibor Fischer, visto che è la terza volta che lo leggo. Credo sia il mio libro preferito, o almeno sia tra i miei preferiti. Un capolavoro assoluto, fatto di humour nero, storia ungherese e emozioni fortissime. Quello che Fischer ha perso nei suoi libri seguenti. Quel di cui voglio parlare è il Blood in the pool match, una partita di pallanuoto che vide Ungheria e URSS fronteggiarsi meno di un mese dopo che i sovietici avevano soffocato nel sangue la Rivoluzione Ungherese del 23 ottobre 1956. Miei primi giorni nel team di Storie di Sport, accenno a Christian la mia intenzione, ormai viva da mesi, di scrivere qualcosa su questa partita. Lui mi dice che era già in progetto e, entusiasta, rigira il compito a me. Io decido che devo rileggermi Sotto il culo della rana, e me lo faccio restituire da Enzo, a cui l'avevo prestato e che non l'ha mai finito. E me lo rileggo, scoppiando in lacrime calde sul treno che da Roma mi riportava a Nord, e dove ho buttato giù la prima frase dell'articolo. L'ho citato come fonte storica (l'ultimo capitolo, guardacaso l'unico intitolato con un giorno invece che un mese, 23 ottobre 1956, è storicamente ineccepibile nel ricostruire i fatti di Budapest), nonostante sia un romanzo. L'articolo lo trovate qua:


mentre del libro voglio citarvi la dedica, che ho sempre trovato stupenda:

Per tutti coloro che hanno combattuto
(Non solo nel '56. Non solo in Ungheria)

Thursday, September 11, 2008

La famiglia Winshaw

Me ne stavo in giro per Cantù a cercare di capire tariffe di cellulare e simili. Entro in un Mediaworld e trovo La famiglia Winshaw di Jonathan Coe a sei euro. E non me lo lascio scappare, perchè adoro Coe, e ho tanto amato il suo The Rotters' Club (La banda dei brocchi). E, al contrario di quanto accadde con Il Circolo Chiuso, Coe non mi ha deluso: un libro perfetto, che unisce le cose che preferisco dello stile dell'autore. Il modo che ha di infilare la sua storia e i suoi personaggi nella Storia vera e propria, dando così ai suoi libri anche un valore di studio sociale. Il modo che ha di far quadrare tutto, di non lasciare nulla al caso, quella perfezione che non ha nemmeno uno sbaffo. E poi il modo in cui utilizza altri "mezzi di comunicazione" nei suoi libri, citando da libri esistenti o fittizzi, passando dalla narrazione all'articolo di giornale, a sceneggiature di film, canzoni, opere teatrali, telegiornali...qualsiasi cosa gli venga in mente. E la storia degli avidi Winshaw e di Michael Owen sono fantasticamente condotte, dandoci quella sensazione di essere intrappolati in un gomitolo, e che le dita degli Winshaw arrivino in ogni angolo dell'esistenza, a tormentare e saccheggiare, attraverso la loro follia, lasciando una "striscia di distruzione" lungo il loro passaggio. Tra le due citazioni messe da Coe a inizio libro, mi ha colpito molto quella presa dalla canzone Yuri Gagarin di Louis Philippe (il cosmonauta è uno dei leit-motiv ricorrenti del libro): "'Meet me' / He'd said and forgotten / 'Love me' / But of love we are frightened / We'd rather leave and fly to the moon / Than say the right word too soon / We'd lose our cruel strenght / We're so proud to waste a chance".

"Non puoi spegnermi," disse.
"Scusa?"
"Dico che non puoi spegnermi."
Fece cenno alle mie mani. Mi ero riseduto nella poltrona di fronte a lei e, senza rendermene conto, avevo raccolto il telecomando del videoregistratore. Che ora era puntato verso di lei e il mio dito era andato alla cieca verso il tasto "pause".

Wednesday, September 10, 2008

Back to Basics

Un giorno ebbi un'opportunità. Scrivere, per una rivista nazionale, pagato. Ricordo la soddisfazione nel leggere il mio nome sotto il titolo dell'articolo, nel vedere il pezzo sulla pagina, i messaggi sorridenti di tanti amici (i cui sorrisi ho l'impressione di sentire sempre meno, alle volte) che si complimentavano con me e che soprattutto, condividevano una grande emozione con me. Gente che aveva braccato ogni edicola per poter vedere il mio articolo pubblicato. Era un periodo di "crescita" per me e a ogni passo sentivo vicini gli incoraggiamenti di tante persone. Non che ora mi senta solo, intendiamoci.
Ricordo la delusione quando, due numeri dopo, acquistai nuovamente il giornale e non trovai il mio articolo. "Mi devo essere sbagliato", e lo sfogliai, ansioso, tre o quattro volte prima di arrendermi. Ricordo le telefonate, le e-mail, la difficoltà di reperire la redazione e alla fine la mia resa. Quell'estate, grazie ad Aska, scrissi articoli che ancora adoro rileggere, avevo anche l'opportunità di fare un articolo per un quotidiano nazionale e per qualche altra collaborazione. In Irlanda, nei momenti solitari che mi offriva Galway, prendevo appunti per narrare la Coppa del Mondo: stavo preparando gli speciali di presentazione del girone che sarebbero apparsi su Rugby Union.
Poi, mi ricordo il senso di vuoto. La delusione di rendermi conto che la rivista non mi aveva pagato e il realizzare che non l'avrebbe mai fatto. Non è per quei 90 euro, intendiamoci, che comunque mi avrebbero fatto più che comodo. E' proprio il fatto di rendersi conto che di quel lavoro, la prima opportunità "vera", in realtà non fregava un cazzo a nessuno. Che l'avevo fatto unicamente per la gloria (motivazione più che nobile, per l'amor del cielo, ma non quando le prospettive comprendono anche altro). Pian piano l'entusiasmo scese e, tra lavoro e università, si perse abbastanza la mia voglia di scrivere di rugby. Rugby Union chiuse i battenti e, per diversi mesi, solo il sito della mia squadra ebbe l'onore di ospitare i miei articoli. Me ne rendo conto solo adesso. Avevo perso il piacere di scrivere di rugby, di fare ricerca, di scovare storie.
Credo di averlo ritrovato, in un certo senso. Ho iniziato una nuova collaborazione, con il sito Storie di Sport. Spero che un giorno mi troverò a ringraziare di cuore Christian (il capoccia del sito), ma anche Aska, per cui scrissi gli articoli cui sono più affezionato, per gli stimoli che mi hanno dato in quel senso. Per ora, sono fiero di presentarvi il mio primo articolo per Storie di Sport:

Tuesday, September 09, 2008

Studs deep

Amatori Tradate - Novara 53-7
Verbathlon, Verbania

Energy, Enthusiasm, Confidence and Pride

Diamine, non ne avevo ancora parlato. Imperdonabile, davvero imperdonabile. Martedì, riunione tecnica di mischia. "Siamo contati. Tu, Billie, sei dei nostri. Tecnicamente non sei ancora pronto, ma atleticamente ci sei". Io annuisco, mi sento anche un po' arrossire. E poi via, in campo, a provare touche e giocate. Venerdì provo a lanciare: mancano i due tallonatori. Sono carico, anche quando si scopre che Bimbo c'è, e quindi non devo lanciare o fare il tallonatore. Domenica, alle 6 e 30, sveglia. Un messaggio arriva, proprio mentre mi sollevo dal letto, a rischiararmi la giornata. E poi, colazione, Sunnyside of the Street, e via verso Tradate, poi verso Verbania. Mentre arriviamo e ci cambiamo, scende un acquazzone. Campo fradicio e palla scivolosa, ma temperatura perfetta per giocare a rugby. E io parto flanker, per la mia prima stagione con buone prospettive di gioco in prima squadra, da terza linea. Notando con piacere che nelle gambe ho l'energia necessaria e, pian piano, riorientandomi su un campo da rugby. Mosè che mi incoraggia durante tutta la partita, un faro grosso così che poggia le chiappe sulla mia spalla. Mi mangio una meta nel primo tempo, nello stesso punto dove me n'ero mangiata una con la Biss contro il Borgomanero. Poi in un'azione il cervello si sovraccarica e finisco per mollare una palla-omo al povero Abe, ignorando il buco enorme che avevo davanti. Negli ultimi venti minuti da tallonatore, la prima linea avversaria mi centrifuga un po'. Però resisto, stringo i denti, non mollo, e le mie le porto a casa. Però sento di essere a sostegno. E a un certo punto Junk mi smolla un passaggio pessimo. Io ho voglia di correre, non di tuffarmici sopra, e allora mollo un calcione e parto all'inseguimento. Uno del Novara cerca di tuffarcisi sopra, e io ne tiro un altro e continuo a correre: nei pressi dell'area di meta riesco a mettere i tre novaresi che cercano di recuperare il pallone che ho calciato io, il MIO pallone, sotto pressione, e placco il portatore di palla planando in area di meta, poi mi rialzo cercando freneticamente dove sia il pallone. L'arbitro fischia, una mischia sui cinque a nostro favore, e i compagni mi festeggiano. L'adrenalina di quell'azione non scende più fino alla fine, e la voglia di braccare palloni, di farlo ancora, di aggredire nuovamente l'area di meta sale. Per stavolta, due belle occasioni, ma niente di fatto. Però la soddisfazione di aver di nuovo affondato i tacchetti (sistemati con amorevole cura il giorno prima) in un campo da rugby (e che campo. Vero Bimbo? "Verbania, il tuo prato verde è una vera merda" "Eh, magari"). Fanculo, quest'anno ci sono anch'io!

Tuesday, September 02, 2008

The Deportees

Sempre detto io, che Roddy Doyle va meglio sulla breve distanza. Che nei libri o nelle saghe lunghe, dopo un po' tende a trascinarsi e diventare noiosetto e ripetitivo, e vagare senza capire dove andare a parare. Ed eccomi qua con il suo ultimo libro, una raccolta di racconti dal titolo The Deportees. Racconti scritti per il giornale multiculturale irlandese Metro Eireann, gestito da due nigeriani. Racconti che parlano di un Irlanda multiculturale dove è all'ordine del giorno che, come dice lo stesso Roddy Doyle nella prefazione, "qualcuno di vecchio incontra qualcuno di nuovo". E nei racconti Roddy Doyle fa venire fuori tutto: la paura del diverso, l'ignoranza di un popolo verso l'altro, la freschezza di una nuova conoscenza, pregiudizi, amori, incomprensioni e screzi. E si passa da Home to Harlem, dove un nero irlandese cerca una tesi di laurea, un nonno di cui non conosce il nome e una sua identità a New York, a Guess Who's Coming for the Dinner, in cui l'apertura mentale di un padre viene messa a dura prova dal ragazzo nigeriano invitato a cena da una delle figlie. Da New Boy, che racconta il primo giorno di scuola di un ragazzino di colore che deve imparare a gestire un nuovo ambiente e nuove conoscenze, non tutte positive, a I Understand, dove la persona di colore che deve gestirle non è più un bambino di quinta elementare, ma un adulto che si trova a fare i conti con problemi molto più seri. E infine il racconto che da il titolo al libro, The Deportees. Ricordate The Commitments? Il manager, Jimmy Rabbitte? Ecco, ora Jimmy Rabbitte ha moglie e figli. Ma la scintilla dentro di lui non si è ancora spenta e, improvvisamente, decide che deve fondare un nuovo gruppo. E fonda la band più multietnica del pianeta: un batterista russo, un trombettista e un fisarmonicista rumeni, un chitarrista, una bassista punk e un cantante irlandesi, una chitarrista spagnola, un cantante sudafricano e un percussionista nigeriano. Stavolta la musica di Dublino non è più il soul, stavolta da Barrytown escono le Dust Bowl Ballads di Woody Guthrie, però. Da quel racconto, estraggo la nostalgia di Jimmy Rabbitte per i bei tempi passati e la faccio mia:
It was months since he'd been to a gig. Months. He used to go to gigs all the time. He used to make gigs. He'd managed bands, some great ones. There was The Commitments. ('The best Irish band never recorded' - d'side. 'Shite' - Northside News.) There was The Brassers. ('Sex and guitars' - In Dublin. 'Shite' - Northside News.) Great days, when twenty-four hours weren't enough, when sleeping was a waste of time.
Ma non posso non citare il ritorno di uno dei miei personaggi preferiti mai creati da Roddy Doyle, Mickah Wallace, ex-batterista e buttafuori dei Commitments, riassunto da Jimmy Rabbitte in seguito alle telefonate di un maniaco sul numero messo negli annunci per formare la band:

And he delivered for Celtic Tandoori, the local takeaway. Fat Gandhi, the owner - real name, Eric Murphy - gave Mickah three nights a week.
- We go to the same church, said Mickah. - He's sound.
Mickah was a born-again Christian.
- It's been the makin' of me, m'n. I owe it all to the Lord.
Jimmy told him about The Deportees, and about the late-night/early-morning phone caller.
- What would the Lord do about it, Mickah? said Jimmy.
- Hammer the shite out of him, said Mickah.

Sunday, August 31, 2008

L'uomo che scannerizzava Cuccioloni



L'avevo già trovato una volta, e mi ero ripromesso che se mai l'avessi ritrovato, avrei reso il mondo partecipe. Ebbene si, un Cucciolone con la stessa barzelletta da entrambi i lati. Ora che faccio, lo mangio o lo spedisco alla Algida con una richiesta di rimborso per articolo difettato?

Saturday, August 30, 2008

Malu Entu

Dico agli italiani quello che il re degli Zulù disse agli inglesi: questa terra è di coloro che devono nascere. L’isola è nostra. Chi ce la può prendere? Troppe le nazioni non riconosciute nel mondo. Siamo come gli indiani d’America, noi. Come il Quebec, la Groenlandia, l’Ossezia.
(Salvatore "Doddore" Meloni - Presidente della Repubblica Indipendente di Malu Entu)

Notizia degli ultimi giorni: un separatista sardo, Salvatore Meloni, in passato arrestato per cospirazione politica atta a sovvertire l'ordine costituito, con un manipolo di appartenenti al Par.I.S. (Partidu Indipendentista Sardu), ha occupato l'isola di Mal di Ventre, al largo della Sardegna, e l'ha dichiarata Repubblica Indipendente di Malu Entu. L'isola appartiene a una società turistica napoletana, e Meloni vuole appropriarsene o per il principio di usucapione (la starebbe occupando da più di vent'anni) oppure tramite una colletta da un milione di euro per acquistare l'isola dal proprietario della stessa. Per Meloni questo è un primo passo di riappropiazione delle terre da parte del popolo sardo, in vista di una futura indipendenza della Sardegna dall'Italia (avrebbe già previsto un referendum nel 2009, sotto l'egida delle Nazioni Unite). Ora, credo che il mondo si stia evolvendo, lentamente e in maniera spesso dolorosa, verso un'unione più universale, o almeno dovrebbe. E invece abbiamo spesso notizie di ex-Jugoslavie, Kosovi, Ossezie, Irlande del Nord, Tibet, Kurdistan. Insomma, cos'è l'autodeterminazione dei popoli? Qua si va a questionare il principio stesso di nazione e di stato, oltre che di popolo. Quando conta, quando non conta, quando dovrebbe contare e quando non? E poi mi son ritrovato a pensare alla battaglia intrapresa da Meloni, che ha fatto 9 anni di carcere. E pensavo a quando ero giovane e pensavo che morire per un ideale fosse la cosa più nobile al mondo. Il problema è che qualsiasi ideale diventava qualcosa per cui vivere o morire. Poi, crescendo, pensando, mettendo in moto il cervello, ti scontri con mille casi in cui qualcuno muore per ideali non suoi, senza saperlo. E ti ritrovi a rimettere tutto in discussione. In testa mi è venuto in mente il caso limite, che non son riuscito mai a trovare. Qualcuno che combatte e muore per un ideale in cui non crede, ma deliberatamente. Sapendo che non ci crede, con il solo scopo di...morire per un ideale e avere un ideale, anche fasullo, per cui combattere.
Tornando a Malu Entu, a me affascinano però queste storie, perchè...perchè sono storie, sono curiose, stuzzicano quella parte di me che è sempre in cerca di storie interessanti da conoscere, sviscerare, riciclare e riraccontare. Quelle cose scalcinatamente epiche che ho sempre adorato. Perchè se bisogna fare un segno sulla Storia, spesso bisogna fare uno scarabocchio, e quando uno fa uno scarabocchio troppo grande, finisce che la Storia la stropiccia. Finchè invece lo scarabocchio tuo sulla Storia lo fai con gentilezza, anche urlando, ma senza violenza, mettendoci tutto l'impegno di questo mondo, buttando tutto te stesso in un'impresa dalle proporzioni epiche, più grande di te, ma senza per questo rovinare la vita a qualcuno...beh, in genere sono belle storie. E nonostante probabilmente questa sia solo una boutade del Presidente Meloni per farsi pubblicità e acquistare visibilità per le sue idee, per questo io saluto la Repubblica Indipendente di Malu Entu con un sorriso.

Come in una navicella spaziale, ognuno deve avere il proprio posto. E siccome mi sento un passeggero del pianeta terra, rivendico anch'io il posto che mi spetta.
(Salvatore "Doddore" Meloni - Presidente della Repubblica Indipendente di Malu Entu)

Friday, August 29, 2008

Non c'è cazctus senza spine


Si...decisamente equivoco...

(Scusate la foto sfocata, mi si è sbiellata la macchina fotograppica)

Sunday, August 24, 2008

24/7: TwentyfourSeven


GIVING IT, TAKING IT, LIVING IT, MAKING THE BEST OF WHAT YOU'VE GOT.. TWENTY FOUR HOURS A DAY, SEVEN DAYS A WEEK.

Each morning is a gift. Every morning you have another chance. Sometimes you do nothing, sometimes you get lucky and the day shines on you. But how often do you wake and seize that day with your own hands and make that day your own?
This morning, my friends, is the morning I remove my life from the hands and strings of fools and try to build a dream.


Friday, August 22, 2008

Porno

In fondo è partito tutto da Trainspotting, da quel gattone di Spud. E mentre stavo a Orio al Serio ad aspettare un certo atterraggio, il suo primo in terra del nord, mi son fatto un giretto per l'edicola/libreria di Orio al Serio. Mi piace parecchio andarci. Provo a vedere se il nuovo di Nick Hornby ha un prezzo decente. No way. Poi trovo la pila di libri di Irvine Welsh. Sono quasi deciso per un altro, poi compare. Porno, ovverossia il seguito di Trainspotting. E me lo prendo. Sempre nella stessa cornice, due giorni più tardi, lo riacquisterò, un regalo per Silvia, correndo trafelato per Orio al Serio, seguendo l'ispirazione del momento. Ed è bello ritrovare tutti i personaggi di Trainspotting invecchiati di dieci anni, con un Sick Boy ancora più cinico (se possibile), un Begbie ancora più psicopatico, uno Spud sempre più incasinato e Renton (punto e basta). Unico neo, la traduzione: caro Massimo Bocchiola, avevi tradotto anche Tolleranza Zero e ne hai tradotti molti altri di Irvine Welsh, ma il tuo modo di rendere lo scozzese, no, non mi piace (giudizio personale). E avrei preferito, essendo questo il seguito di Trainspotting, che la traduzione fosse di nuovo affidata alla Zeuli, non fosse altro per continuità con il linguaggio dei personaggi del primo libro. Bella l'idea dei titoli dei capitoli diversi a seconda del personaggio che li narra, ma il libro è diverso da Trainspotting, si sente la necessità di dare un seguito al primo capitolo, mentre Trainspotting era un mosaico di mille storie e mille personaggi, con le loro mille voci. Stavolta la storia è più concentrata, pur avendo un bel significato sotto. Fantastico il manifesto di Sick Boy:
Io credo nella lotta di classe. Credo nella guerra dei sessi. Credo nella mia tribù. Credo nella parte virtuosa e dritta e intelligente delle classi lavoratrici in opposizione alle stupide masse decerebrate, come anche alla borghesia che è mediocre, senz'anima. Credo nel punk, nel Northern Soul, nella acid house, nel mod, nel rock and roll. Credo anche nel rap e nell'hip hop...ma quelli sinceri, pre-commerciali. Questo qua è stato il mio manifesto, Franco.
Il momento topico del libro, quello che secondo me centra il significato di tutto il romanzo, però è un altro, la discussione circa una canzone di Roger Daltrey:
Ci rimettiamo attorno al tavolo, e fra me, Gav e Sick Boy scoppia una discussione stile vecchi tempi a proposito del testo di Giving it All Away, di Roger Daltrey. Sick Boy sostiene: "Dice: 'I'd know better now, giving it all away'".
Gav scrolla la testa. "Nisba, dice
'I know better now'."
Faccio ai due coglionazzi un gesto sprezzante. "Le vostre diverse posizioni sono solo meschine dispute da pedanti, che non cambiano il succo essenziale della canzone. Se l'ascoltate, se ascoltate davvero, scoprirete che dice
'I'm no better now' come dire che non è migliorato per niente. E' sempre lo stesso. Non ha imparato niente."
"Cazzate" sbuffa Sick Boy, "il succo della canzone è proprio guardarsi indietro con i vantaggi del ricordo, e della maturità."
"Esatto" conferma Gav, "un discorso tipo 'se allora sapevo le cose che so adesso...'"
"No" ribatto, "qua sbagliate tutti e due...state a sentire come la canta Daltrey: è un lamento, c'ha dentro il senso di sconfitta; è la storia di un soggetto che alla fine si è reso conto dei suoi limiti. I'm no better now perchè son sempre il solito cazzone strafottuto che son sempre stato."

Thursday, August 07, 2008

Holidays In The Sun

I don't want a holiday in the sun
I wanna go to the new Belsen
I wanna see some a-history
'Cause now I got a reasonable economy

Lads, vi saluto. Ovvero il blogo rimarrà quiescente una decina di giorni: in programma la mia prima visita in Abruzzo per il matrimonio di Toffolo, leggenda locale e mio ex-compagno di squadra, e poi deviazione romana. It seems quite unlikely I will be able or willing to post something in the meantime, so, blog mo thoin, bloggatemi il culo! Buone vacanze a tutti, ci si rivede presto (ho già un libro di cui postare, pensate un po'!).

Tuesday, August 05, 2008

Hard Tackles and Dirty Baths

Hard Tackles and Dirty Baths - The Inside Story of Football's Golden Era di George Best l'avevo comprato in quel di Derry, in un Centro Commerciale, poco dopo la mia visita al Bogside. Dovevo prendermi The Catcher In The Rye e prenderlo ancora in Irlanda del Nord, e ho trovato in vetrina di un negozio questo libro di Best. Un po' deluso (volevo visitare qualcosa di Best-related a Belfast, magari il suo murale, ma non ce ne fu l'occasione) per non aver fatto pellegrinaggio ai luoghi di Georgie Boy, un po' attratto dal prezzo (scontato a 3 sterle) e dalla voglia di prendere qualcosa circa Il numero 7 proprio nella sua terra. E così ecco fatto, comprato il libro. Libro che è stato ripreso e abbandonato un paio di volte, sopraffatto dalla precedenza di altri regali-acquisti-letture. Alla fine l'ho finito, ovviamente, e mi è molto piaciuto il modo in cui parla dei tanti giocatori leggendari della sua era, e di come racconta un calcio che cambiava, anche dal punto di vista del professionismo sempre più "esasperato", argomento ripreso puntando l'occhio a qualche anno dopo rispetto al bellissimo My Father and Other Working-Class Football Heroes di Gary Imlach, che lessi la scorsa estate. Anche questo ricco di aneddoti e storielle di quelle che piacciono a me. Tanto per dimostrare di nuovo il mio feticismo, a volte le parole che più contano di un libro, sono quii scrivüü a matita. Post-it, piccole frasi lasciate lì, piccole tracce di sè che si ricompongono in un sorriso, e che lei lascia in giro per le mie cose ogni qual volta ci vediamo, per farmi sentire la sua presenza anche quando siamo distanti. E a chi ora mi dirà "sei un rammollito, perchè parli di queste cose pure mentre scrivi di un libro su Best", rispondo che non sono un recensore di libri, ma, come Nick Hornby in Una vita da lettore, un recensore di quello che il libro significa per me. Dedicata a Pulici, visto che il personaggio in questione, prima di essere il King of Old Trafford passò anche per la Torino Granata, la citazione. Parla della fine di un'era, della retrocessione del Manchester United, privo della triade Charlton, Best, Law, decretata proprio in un derby perso col Manchester City, decretata proprio da un goal di Denis Law, del King of Old Trafford, proprio dall'ultima palla calciata da Law nella sua carriera. Un finale poeticamente "tragico", senza trionfo, per la carriera del Re.

It all came down to an incredible finale, the Manchester derby, with Denis Law playing for the "wrong" team. How ironic that it should be Denis Law's goal that would condemn United to the Second Division. His last-ever game before hanging up his boots. He turned away without the arm up and, for probably the first time, with his head down. He didn't kick another ball in this or any other club game. It was over.


Wednesday, July 23, 2008

Colgate colpisce ancora

Per chi è troppo giovane per ricordare: Madness1 e Madness2.
E anche Best Comment Award.

Beccatevi questa:

Thursday, July 17, 2008

Billie the performer

Si, penso sia l'ora di annunciare anche qui che mi son dato al suonare da solo, spinto dall'assenza di Rob dietro le pelli dei Pressure Drop e dal mio amore per lo stile chitarra&voce di Billy Bragg. Ed è bello sentire i complimenti di gente che si rispetta, che si è citato tra le influenze nella propria pagina personale e da gente che ha scritto canzoni che i Pressure Drop e i The Men They Should've Hung (il nostro side-project acustico) hanno coverizzato nei loro concerti (e di cui ho parlato in uno dei primi post del mio blog, finito poi sul loro sito dopo esser stato passato per un traduttore automatico!).

http://www.myspace.com/billiemacgowan
(per ora on-line una cover di Dirty Old Town)

She's got a ticket to ride


In principio questo post doveva chiamarsi "End of an era", doveva parlare del fatto che le Nord han cambiato biglietto, e del mio rapporto con le FFNM, le Ferrovie Nord Milano. Poi è finita che volevo dimostrare quanto so essere feticista (e molto è stato buttato. Però i biglietti delle FFSS non li butto quasi mai) e ho fatto un collage di biglietti di treni e aerei. Ryanair, Nord, Midland Mainlines. Il mio portafogli un tempo ne era pieno, e questi son stati presi da quella collezione speciale. Ne ho tanti altri, biglietti dei mezzi, bigliettoni di Trenitalia, biglietti di concerti, mostre, spettacoli teatrali e partite di rugby (soprattutto treni e partite di rugby, devo confessare).

Biglietti che un tempo attaccavo ai diari (ho qualche Smemo con i biglietti della Pallacanestro Cantù e penso qualche biglietto di treno e bus per me "importanti"). Tutti questi biglietti hanno delle storie, qualcuno non una gran storia, storie di quotidianità (Lomazzo-Milano), storie di un tragitto quotidiano che diventa il trampolino di lancio per qualcos'altro (Saronno-Milano alle cinque del mattino. Il ritorno è uno dei biglietti d'aereo: Roma Ciampino-Bergamo Orio al Serio). Tragitti quotidiani che conquistano un sapore particolare (Lomazzo-Milano, la prima apparizione del nuovo biglietto delle Nord: ora bisogna timbrare in stazione, e le Nord sono un po' meno particolari). Storie di viaggi all'estero, più o meno tradizionali (Bergamo Orio al Serio-London Luton, Glasgow Prestwick-Bergamo Orio al Serio), storie di viaggi nell'estero, di città rimaste nel cuore (Leicester-Rugby via Nuneaton e ritorno, Nottingham-Leicester). I'll never be sick to my guts of the railway, the railway.

Friday, July 11, 2008

It's the end of the world as we know it

Ci s'era conosciuti a Roma, io e Robbby, e io manco avevo capito chi fosse. E' stata la prima delle tante persone con cui poi è nata un'amicizia a dirmi che di primo acchitto pensavano di starmi sul culo. Una mia corazza scontrosa che si era sviluppata in quel periodo. Ci rivedemmo a Monza, e diventammo amici guardando il Naviglio di Milano, e discutendo delle papere. Tra traslochi, birate (rigorosamente con una R), viaggi in treno o sulla mia Clio, abbiam passato parecchi momenti assieme e spesso è stata un po' una sorella maggiore per me, pronta a darmi un consiglio, a incoraggiarmi, ma anche a raffreddare i miei facili entusiasmi se era il caso. Quando le dico qualcosa, so già cosa vuole dirmi, basta vedere se mi apostrofa con un "Billie..." (sta calmo, ragiona, fermo lì) o con un "Meraviglia!". A questo ho pensato quando mi ha detto: "Questo è l'ultimo saluto per un sacco di tempo. Cavoli, eri così piccolo quando ti ho conosciuto!". Ho pensato che adesso il papero dovrà andare su due zampe, che ho tolto le rotelle alla bicicletta, anche grazie al suo aiuto sempre presente, mentre la papera si farà gabbiano e tornerà dal suo mare. Un po' di malinconia è inevitabile, ma son contento per la papera, che ha il coraggio di aprire le ali e cercare un altro approdo, una nuova casa, un nuovo inizio. Le persone che contano ci sono anche quando son lontane centinaia di km. Leonard Bernstein!! a te, nonna papera, buon viaggio, il mare ti attende!

After a little while Kehaar said, "Now you getting mudders, Meester 'Azel. All go fine, eh?"
"Yes. We'd never have done it without you, Kehaar. I hear you turned up just in time to save Bigwig last night."
"Dis bad rabbit, pig fella, 'e go fight me. Plenty clever too."
"Yes. He got a shock for once, though."
"Ya, ya. Meester 'Azel, soon is men come. Vat you do now?"
"We're going back to our warren, Kehaar, if we can get there."
"Ees finish here now for me. I go to Peeg Vater."
"Shall we see you again, Kehaar?"
"You go back hills? Stay dere?"
"Yes, we mean to get there. It's going to be hard going with so many rabbits, and there'll be Efrafan patrols to dodge, I expect."
"You get dere, later on ees vinter, plenty cold, plenty storm on Peeg Vater. Plenty bird come in. Den I come back, see you vere you live."
"Don't forget, then, Kehaar, will you?" said Bigwig. "We shall be looking out for you. Come down suddenly, like you did last night."
"Ya, ya, frighten all mudders und liddle rabbits, all liddle Pigvigs run avay."
Kehaar arched his wings and rose into the air. He flew over the parapet of the bridge and upstream. Then he turned in a circle to the left, came back over the grass track and flew straight down it, skimming just over the rabbits' heads. He gave one of his raucous cries and was gone to the southward. They gazed after him as he disappeared above the trees.
"Oh fly away, great bird so white," said Bigwig. "You know, he made me feel I could fly too. That Big Water! I wish I could see it."

Tuesday, July 08, 2008

Shaw 150

Venerdì, Stazione Termini da solo, dopo aver accompagnato Silvia a prendere il pullman per Latina. Il mio treno partirà tra un'ora, il mio libro è agli sgoccioli, so che durerà si e no quanto il Lazio (la Toscana invece mi è toccato passarla assiso su un cesso delle FS, da Arezzo fin quasi a Firenze), e allora mi infilo da Feltrinelli, a cercare una copertina, un titolo che mi incuriosisca, un libro che mi tenga compagnia durante il viaggio. E quando mi ritrovo di nuovo di fronte il nome di Antonio Pennacchi, decido, ancora ipnotizzato dalla sua scrittura al fulmicotone, di acquistare il suo Shaw 150 - Storie di fabbrica e dintorni, una raccolta di racconti divertenti e pungenti, spesso con un retrogusto amaro. E a partire dal primo racconto, Nodulo cosmico, Pennacchi mi riavvolge nella sua mitologia Pontina, che rivolve attorno a Latina - già Littoria - e che ospita un fantasma del Duce che pattuglierebbe l'intero Agro Pontino - Sabaudia esclusa - in Moto Guzzi, e storie e personaggi sul palcoscenico di Cisterna di Latina, Aprilia, Sabaudia, Pomezia, dalla strada che porta a Roma, dalla via che porta a Latina Scalo, dalla Centrale del latte, dalla Centrale nucleare di Borgo Sabotino, dalla Fulgorcavi e dalla sua Shaw 150, che sembra quasi un vascello fantasma che solca i mari, con ogni personaggio che racconta la sua storia, e non è altro che un macchinario (una pressa idraulica orizzontale) che fa da cuore pulsante per questi racconti. Tutti i racconti girano attorno alla Shaw 150, sono stati raccontati "su" di lei, in senso fisico. Ed è così che storie apparentemente slegate tra di loro trovano una loro incredibile omogeneità, alcune si appiccicano ad altre, e Pennacchi se la gioca alla grande mischiando e creando dal nulla nuovi miti di provincia, leggende e dicerie, mescolandole con la storia e l'architettura di queste "città di fondazione". Racconti che rimangono sotto pelle, grazie alla forza della scrittura di Pennacchi. Verrebbe da citarne tanti, ma i piccoli drammi e storie che Pennacchi inventa tra fabbrica, città e provincia sono veramente tutti meritevoli. I miei preferiti sono probabilmente il drammatico Marco (in appendice al libro c'è Genesi di "Marco", una Memoria pronunciata dall'autore dinanzi ai giudici di Corte d'Assise nel processo per calunnia e diffamazione intentatogli su denuncia di terzi a causa di "Marco" - e Pennacchi dichiara Dopo questa arringa, naturalmente, il processo si risolse con una solenne condanna. L'assoluzione arrivò solo cinque anni dopo, in Appello, quando l'avvocato non mi fece proprio aprire bocca: "Stia zitto lei, che ha già fatto troppi danni l'altra volta") e il gustosissimo Sabaudia, in cui l'autore crea un leggendario Mussolini, incazzoso e superstizioso, che, colpito da ogni sfiga ogni volta che si approssima alla città litoranea allora in costruzione (in onore guardacaso di Savoia, e non sua), si rifiuta di avvicinarvisi fino al punto da evitarla ancora nelle vesti di fantasma che si aggira per l'Agro Pontino in Motoguzzi.

C'è tornato un'altra volta. O meglio, ci voleva venire, ma non ci è arrivato. All'inaugurazione - 15 aprile 1934 - non è venuto. C'erano solo Savoia e marce reali. Era festa loro. [...] Lui per tutto il giorno è rimasto a Palazzo Venezia. Lo sentivano solo dire: "Sto cazzo di re". Ci ha spedito Cencelli. Poi c'è venuto qualche giorno dopo, in moto, da solo, per vedere com'era venuta. Ma quando ha fatto la curva, all'incrocio della Litoranea, ha sgommato sul brecciolino fresco e s'è ritrovato a gambe all'aria.
Non s'è fatto niente. S'è solo strusciato. Però ha preso paura. Ha detto: "Sto cazzo di posto". Ha rinforcato il Guzzi, ha scalciato la pedivella ed è tornato indietro. Non ci ha più rimesso piede. Una volta che Cencelli insisteva per farlo andare al collegio dei marinaretti gli ha detto: "Cence', non mi rompere: in quel posto non mi ci porti più nemmeno a pagamento. Portaci i Savoia". E non lo ha più voluto nemmeno nominare. Quando proprio doveva dirlo diceva: "Quelo posto", oppure: "Quel cazzo di posto".

E' per questo che anche da fantasma non ci viene. Gira notte e giorno per tutto l'Agro Pontino. Palmo a palmo. Col Guzzi 500. Fa il nume tutelare dappertutto, eccetto che qua. "E' chiaro che poi la gente ci si affoga", dice il Camparisoda pure se non è fascio.

Monday, July 07, 2008

Il fasciocomunista

Dice: "Sei un fascista prestato alla sinistra". Lo dice Cane, per via del fatto che voto Di Pietro e che ho un certo modo di pormi a sinistra con un atteggiamento di destra. Non nel senso di estremi opposti che si confondono, ma nel senso che un po' del rigore e serietà "destrorso" che ci mette Di Pietro, secondo me servirebbe alla sinistra, almeno credo (Cane smentiscimi). Oddio, anche alla destra, che non ha molto della destra, di 'sti tempi. Vabbè, a parte questi discorsi senza senso, Robbby (quack!) decide di regalarmi quindi, per il compleanno, oltre al già citato Cos'è una ragazza, anche Il fasciocomunista - Vita scriteriata di Accio Benassi, di Antonio Pennacchi. Letto in treno in direzione di Latina, guardacaso paese di Pennacchi e luogo principale in cui si svolgono gli eventi del libro. Leggere un libro in treno, una volta di più, si è rivelata un'esperienza particolare (ricordo ancora le lacrime su Baol di Stefano Benni (Milano-Bologna-Milano, sempre per motivi di cuore, e quelle sui Nuovi Misteri d'Italia di Lucarelli di cui ho parlato poco tempo fa), quando Milano-Roma-Latina (le tre stazioni del mio viaggio) si rivelano (oltre a Siena e Bari, ma in modo diverso) i palcoscenici principali di questa storia. Storia di un Accio Benassi che si rivela uno di quei personaggi terremoto della letteratura italiana: memorabile la sequenza in cui Accio mette in piedi uno sciopero per la Zona B di Trieste praticamente da solo. Un libro che, nel suo modo di narrare, mi ha ricordato molto altri due libri, che prendono in mano un personaggio e lo traghettano attraverso Storia e vicende d'Italia, con frequenti rimandi all'attualità di certi personaggi. Trattasi di Due di Due di Andrea De Carlo (pare Pennacchi lo detesti con tutta la sua anima, De Carlo) e Saltatempo di Stefano Benni. Accio Benassi però è un personaggio particolare, rispetto a Saltatempo e ai protagonisti di Due di Due: è un personaggio completamente scorretto, verace nella sua estremità. Parte dall'MSI e finisce alla Volante Rossa, crescendo pian piano e rendendosi testimone delle contraddizioni dei vari mondi con cui si trova ad avere a che fare, distaccandosene e prendendone le distanze. E' un vero cane sciolto, che sembra aver bisogno solo di se stesso. Storia fantastica e ottima nel suo offrire una sfaccettatura diversa, e spesso non andata a cercare, su certe vicende della storia e della politica italiane. Poi la scrittura di Pennacchi mi è piaciuta molto, diretta e vivace, con quell'uso sproporzionato e contagioso dell'espressione Dice: "...", e con i molteplici riferimenti alla storia e architettura di Latina, già Littoria, e a bonifiche e quant'altro. E, come se non bastassero tutte le coincidenze che trovo in libri e canzoni e film ogni volta, c'è anche il buon vecchio rugby:

Abbiamo passato i mesi ad allenarci e a imparare il gioco, e tutti i giorni gli chiedevamo, all'allenatore federale: "Quando facciamo una partita vera?". E finalmente ci hanno organizzato l'incontro d'esordio con la Marina militare, al campo sportivo di Latina, e a noi non pareva vero. Ma quando sono arrivato negli spogliatoi e già stavo per cambiarmi - nel corridoio avevo incrociato il Federale che usciva, ma non ci siamo nemmeno salutati, ho visto che lui ha abbassato il viso, tutto scuro, proprio per non vedermi, e io non l'ho salutato e così è stato poi per sempre, da allora non ci siamo più detti una parola (lui in verità mi mandava a dire che ero un delinquente, un anarchico, un provocatore, e io gli rimandavo che era una testa di cazzo) - ma quando stavo per cambiarmi Adriano, il fondatore della squadra, il boss, il manager, m'ha detto: "No, tu no". Ci sono rimasto di merda. Ero titolare. Lui s'è scusato: "Non ci posso fare niente, non è colpa mia".
"Ma sono il migliore nei placcaggi."
"Lo so, ma quello ha detto che non gliene frega niente, posso giocare pure con uno in meno, posso perdere mille a zero, ma tu non devi giocare." Quella è stata l'umiliazione più grossa, anche perchè in tribuna c'erano un paio di ragazze che erano venute apposta per vedermi, le avevo messe in croce per farle venire: "Mò che gli racconto?". Ho provato a dirgli: "Vabbè, fammi giocare questa e poi dopo non mi faccio più vedere". Niente da fare, era una ritorsione in piena regola. Poi dice perchè non lo ha più salutato, perchè - dopo - hai fatto quello che hai fatto. E' stato più per la squadra di rugby - e per la partita con la Marina militare - che per l'espulsione dal Msi: il Msi lo posso pure capire, la squadra di rugby no. Lupo, invece, lo hanno fatto giocare. Dice: "Ma lui faceva il pilone". Ah, bei ragionamenti.

Saturday, July 05, 2008

Thursday I'm in love

Stare seduti, mangiando, guardandosi negli occhi. In mezzo a noi solo l'angolo di un tavolo, i nostri piatti e bicchieri, una bottiglia di Nobile di Montepulciano. Poche parole, tanti sguardi e sorrisi. Non lo so, la cucina è un posto che improvvisamente ha acquistato una valenza particolare. Quella cucina, in particolare, ha una certa qual storia, di cazzate sparate durante una lunga notte, quando la valanga era ancora solo in agguato, e cominciava a scivolare. Stringersi in cucina, abbracciarla mentre lava i piatti, zuccherarle il caffè, preparare assieme da mangiare, apparecchiare assieme per due, riempirle il bicchiere. Cose tanto piccole e semplici, ma che mi fan sorridere veramente tanto.

Sunday, June 29, 2008

Vecchi Punk Rockers



Bella serata, quella di ieri a Cantù, a vedere assieme alla Bestiaccia i Potage. Potage che sono un gruppo storico della nostra zona, attivi credo dal 1982, uno dei gruppi punk più longevi di Italia, famosi per aver fatto esordire Davide van de Sfroos nel lontano 1983. L'effetto che fanno è...è come se i Beatles, in una versione più casereccia, fossero scesi da un UFO in mezzo alla provincia di Como. E' stato bello come al solito, un concerto capace di farmi sorridere tutto il tempo, perchè i "vecchietti" hanno energia da vendere sul palco. Bello anche salutarli, e pensare di aver avuto l'onore di aprire un loro concerto (e che concerto), oramai due anni fa. Un po' mi ha riportato, questo concerto, a quando c'era una "apertevirgoletteSCENAchiusevirgolette" punk a Como e io la frequentavo (non so quale sia lo stato di salute odierno del punk comasco, ma so solo che ho perso il giro da qualche parte). Eran altri tempi, avevo un'altra testa, altri gusti musicali, un'altra macchina e un'altra seconda famiglia, che purtroppo si è persa quasi del tutto. Momenti che un po' mi mancano, solo un po' di nostalgia in fondo...

(37 hours needs 37 thrills)

Friday, June 27, 2008

Cos'è una ragazza

Ok, un bel giorno in cui mi trovo ad ammettere a me stesso e non solo di stare imparando l'ABC (learning A, B & C mi ero scritto a mò di "promemoria") di come stare con una persona, di come condividere qualcosa con una ragazza, arriva un regalo da parte di Robbby. Il titolo è piuttosto perentorio: Cos'è una ragazza, di Alain de Botton. L'idea di base è carina: dopo esser stato accusato di non essere capace di alcuna empatia e di essere senza appello incapace di comprendere il genere femminile, il protagonista decide di stendere una biografia dell'amata. Alcune trovate sono molto carine, e il libro corre via piuttosto leggero e lieve, anche se verso la fine comincia a trascinarsi un po' stancamente e battere troppo l'accento sui toni saggistici circa le biografie e simili (e tra l'altro, non so quanto il protagonista fosse innamorato e quanto semplicemente affetto da una monomania patologica). La conclusione è piuttosto brutale: l'uomo non riuscirà mai a capire la donna, per quanto si sforzi. Qualche ragionamento me l'ha fatto fare, comunque, anche se quel famoso A, B & C dubito si trovi in qualsiasi libro, un po' come pretendere di imparare ad andare in bicicletta leggendo un manuale su come pedalare. Cos'è una ragazza? Mah...

Il processo di intimità perciò coinvolgeva l'opposto della seduzione, perchè significava rivelare ciò che rischiava di rendere uno più esposto a giudizi sfavorevoli, o meno degno d'amore. Mentre la seduzione si basava sul mostrare le proprie qualità migliori e gli abiti da sera, l'intimità comportava un'offerta complessa, comprensiva di vulnerabilità e di unghie dei piedi.

If I could take one moment into my hands

Non avevo mai visto un concerto di Bruce Springsteen. E mai un concerto così grande. 61mila persone per vedere il Boss con la E-Street Band, e Billie, con altri 5 disperati del Tradate Rugby, va a fare lo steward. E ne vale la pena, nonostante un pizzico di noia e il caldo infernale dell'attesa, perchè Springsteen fa veramente tremare San Siro: lo vedevo a occhio nudo, il muro dietro di me che si muoveva, spostandosi avanti e indietro di 5-10 cm nei momenti più caldi. E poi insomma, tribuna stampa, roba da fare poca o nulla, calca zero. Di fronte al palco, a due terzi di altezza di San Siro, con anche seggiolino e banchetto per riposare le chiappe all'occorrenza. E Springsteen non si risparmia, tre ore tirate:

Summertime Blues
Out in the Streets
Radio Nowhere
Prove it all Night
Promised Land
Spirit in The Night
None But The Brave
Candy's Room
Darkness on the Edge of Town
Hungry Heart
Darlington County
Because the Night
She's the One
Livin' in the Future
Mary's Place
I'm on Fire
Racing in the Streets
The Rising
Last to Die
Long Walk Home
Badlands

Girls in Their Summer Clothes
Detroit Medley
Born To Run
Rosalita
Bobby Jean
Dancing in the Dark
American Land
Twist And Shout

Un concerto emozionante, specie quando Bruce tira fuori dal cilindro le canzoni che speravi e guardi in basso, a un altro angolo della tribuna, dove c'è Mosè che fa segno di "Minchia che concerto!". Beh, mi godrò la bellissima maglietta arancione Bruce Springsteen & The E-Street Band con tanto di steward scritto dietro. I momenti migliori? Per me Promised Land, che ha dato una bella accelerata al concerto (come se ce ne fosse stato bisogno, dopo quel quartetto lì di canzoni) e che ho condiviso con una persona speciale, una Candy's Room intensissima, una Because The Night torridissima, una I'm On Fire da brividi. E poi Badlands, la scatenata Devil With The Blue Dress On (nel Detroit Medley), le luci accese su Born To Run, e Dancing In The Dark, da groppo in gola. Vi lascio in compagnia di Promised Land:


Sunday, June 22, 2008

Dirge for a Red Palm


Mi ha detto che non ci sei più. Addio, Palma Rossa. Ti ho voluto bene, ti ho sempre voluto vedere illuminata. Sei sempre nel mio cuore!

Leonard Bernstein! (Bologna08)

Perchè a volte ci sono talmente tante facce, pensieri, discorsi e accadimenti che sembra un lunghissimo testo concitato e senza filo logico di una breve pop-song (come quelle messe dalla Diggeia, beccata a coccolare teneramente i suoi cd). E allora ti butti su quelle due parole:

LEONARD BERNSTEIN!!

LINKS:
Vignetta
GIF animata di tutta la vignetta

Thursday, June 12, 2008

How to make friends and intimidate people


Un professore non si presenta a colloquio. E io, disceso a Milano esclusivamente per incontrarlo, mi incazzo. Preso dall'ira del consumatore, dello studente che vuole sparachiodare, e del cittadino indignato, gli appendo una lettera (anonima alla porta), assieme a un biglietto del treno e uno del tram:


Si, all'Università mi son sempre sentito un po' guastatore, e mi è sempre piaciuto fare lo pseudo-guerrigliero, anche se in genere per motivi molto più futili (quando cambiarono le macchinette e misero delle macchinette classiste con il caffè borghese e il caffè proletario, per dirne una).

La cosa fantastica è che il professore la sera mi ha risposto a una mail che gli avevo mandato un mese fa. Mail a cui non rispondeva, e per quello ero andato a ricevimento da lui.
E mi scrive che, ok, la tesina è approvata, dei 3 punti a disposizione, me ne da 2 (da aggiungersi al 23.5 dello scritto). E quindi Billie ha finito gli esami.

Mi piace pensare di aver mostrato la luce al professore.
Ma di sicuro non sarà così!

Ka-Tunk!
Sparachiod or Die!

Monday, June 09, 2008

Nuovi misteri d'Italia

Ne avrei dovuto parlare ben prima. Primo giugno, dopo l'inaugurazione di Piazza don Angelo MacGowan (un prozio che mai conobbi) a Tavernerio, continuo una giornata iniziata con la banda che intonava l'inno nazionale. Como San Giuvànn: cisalpino pieno di svizzeri, io uno tra i pochi italiani a bordo. Arrivo in Centrale, devo prendere il treno per Roma, e devo aspettare un bel po'. Tiriamo fuori il libro. Ma il libro l'ho dimenticato a casa. E allora spulcia le edicole per trovare qualcosa da leggere. E ad attirarmi c'è Nuovi Misteri D'Italia - I casi di Blu Notte di Carlo Lucarelli (paura, eh?). E lo compro, allora, e mi lascio portare per mano, a bordo di un treno, nella notte italiana. Un libro che ha un sapore particolare se letto su un treno, viaggiando per la pianura padana mentre leggi di Alceste Campanile, trovato morto nella campagna emiliana. Oppure lasciare Firenze e attraversare l'appennino, con quelle gallerie così lugubri, leggendo dei Mostri di Firenze. E lasciarsi trasportare dalle parole di Lucarelli alla Sicilia del Bandito Giuliano, di Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, di Beppe Alfano e della strage di Ustica, o ai litorali laziali, tombe di Wilma Montesi e Pier Paolo Pasolini. E soprattutto quella stazione, che ti fa pensare ogni volta che la attraversi: Bologna. L'ultimo capitolo del libro, quello che mi ha ridotto in lacrime e spinto a scrivere quello che segue:

L'Italia ha un'anima che scorre su rotaie. Le stazioni sono palchi di teatro dove scorrono le nostre vite. Non siamo un paese da aereo, diciamocelo, lo si nota dall'imbarazzo impacciato dell'italiano che si confronta con l'areoporto e col decollo e l'atterraggio. E neanche l'autobus rappresenta a pieno la nostra nazione. L'autobus è un micromondo, grande all'incirca come un solo vagone, è la corriera che fa da sfondo alla vita della provincia, o un più anonimo traghetto per la palude d'asfalto urbana. L'Italia, il nostro stato, però è una storia di treni e stazioni. Le storie della nostra nazione sono lame scintillanti che vanno a infilzare l'Appennino, o a sbucciare l'Adriatico. Sul filo di quella lama spuntano i denti del coltello, città, ognuna con una faccia, un'identità, un'anima e mille storie. E che solo i treni sanno raccontare così precisamente, colpire al cuore, sviscerare. Storie di ogni tipo: storie ordinarie, quotidiane, comuni e non comuni. Storie di amori, di odi, di indolenze, di coincidenze perse, di treni presi o visti passare. Di ire, frustrazioni, rassegnazioni e indignazioni. Storie di stazioni di passaggio, come Bologna, che diventano capolinea. Come la storia di una stazione colpita al cuore quasi trent'anni fa, che lascia una ferita aperta nei cuori delle persone che non hanno mai rivisto i loro cari scendere da un treno, di quelle che chiedono la verità, di una nazione intera. Perchè se l'anima di un paese è un treno che viaggia su rotaie, ogni stazione ne rappresenta il cuore. Un cuore che si è fermato assieme a un orologio, il 2 agosto del 1980. Ma su quelle vene di ghisa, questi fatti riescono a far battere il mio cuore, quello di una persona che ha come unica correlazione con la strage di Bologna la propria nazionalità e un'anima ferroviaria.


Penso sia stato pregno di significato leggere questo libro il giorno prima del 2 giugno, Festa della Repubblica.

Si vede il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. E' attorniato da gente, poliziotti, giornalisti, cammina con la testa bassa e dice con voce rotta dalla commozione: - Come posso esprimere lo stato d'animo mio, voi lo immaginate. Ho visto adesso dei bambini laggiù nella sala di rianimazione, ma...due stanno morendo ormai, una bambina, un bambino...una cosa straziante!

Friday, June 06, 2008

Pubbliche scuse...

...sapevo che avrei dimenticato qualcuno, per giunta molto importante. Scusami, Paola... :(

A Perfect Rugbyman


Aperitivo della squadra, con premiazioni ufficiali. E a un certo punto, per la seconda squadra, io e capitan Dante veniamo premiati, con l'attestato che vedete qui sopra. Ed è una commozione, abbraccio forte Dante, abbiamo sofferto e sudato tanto assieme, e quando questo viene riconosciuto e porta i suoi frutti, gioiamo assieme. E mi piace rimirare l'ultima riga: "e perfetto rugbyman". Quello che mi è sempre interessato essere, tramite la palla ovale. Prima ancora che un bravo giocatore. Ho sempre voluto essere uno che tutti ricordino per lo spirito.
E sento di dover ringraziare tanta gente per quest'attimo di soddisfazione. Da chi mi ha fatto venire la curiosità del rugby e chi mi ha dato la spinta per venire a giocare. E chi mi ha dato la spinta per crescere e mi ha insegnato ad essere un migliore giocatore e un perfetto rugbyman. E chi è stato sempre pronto a incoraggiarmi quando per un motivo o per l'altro il rugby era motivo di frustrazione, e sempre pronto a gioire con me quando era motivo di gioia e commozione.
In particolare tra quelli che frequentano e leggono questo blog, ci tengo a ringraziare qualche persona. Mosè, innanzitutto, con una pacca sulla spalla a uno che considero fratello tra i tanti fratelli dell'ATRC, perchè se anche stasera non hai preso nessuna targa, il miglior premio che tu potessi ricevere e il miglior regalo che tu potessi farti è stata proprio la fantastica stagione che hai disputato. Bimbo (che non so se legge), fratello di sempre. Tra le tante cose che mi ricorderò sempre c'è il fatto che è stata la prima persona che son riuscito a tirare giù su un campo di rugby, e ricordo il suo sorriso rialzandosi: "Ce l'hai fatta!".
Robbby, che ha sfidato il freddo di Milano per venire a vedere una delle partite più importanti della mia vita. Cane, Pavelilla e Al, sempre pronti ad ascoltare, a tirar fuori una buona parola, un incoraggiamento e un "Bravo", o anche una battuta per sdrammatizzare, come anche il buon Pulici e Pacu.
La Lara. Quando le ho raccontato dei complimenti dell'allenatore, mi ha risposto semplicemente: "Il mio capitano :)". Ed è bastato a farmi sentire ancora più orgoglioso. Muggsie. I discorsi che ho fatto con lui mi han aiutato a mettere a fuoco il concetto di perfetto rugbyman. E d'altronde lui è un po' un Raphaël Ibañez, anche lui un perfetto rugbyman. Orso. Nel periodo più duro, i suoi inviti e i suoi incoraggiamenti mi han fatto sentire il rugbista più richiesto e il compagno di squadra più desiderato sulla faccia della terra.
E poi, vorrei ringraziare di cuore la prima nocca del mio mignolo sinistro: ti porto sempre in campo con me.